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venerdì, gennaio 30 Insomma, arrivo lì: pare mi abbia concesso la grazia di esser di nuovo al suo cospetto. Il suo tono è freddo, lui è tanto distante. E mi mette alle strette. Sprofondo nel mio disagiò. Perchè? Perchè fa così? Perchè adesso, adesso che non sono pronta, adesso che non è il momento? E' totalmente indifferente, insensibile alle mie richieste d'aiuto. Eppure il suo respiro è affannoso. Lo sento, nei nostri silenzi. Lui ansima, io deglutisco ogni quattro secondi. Mando giù anche il penultimo boccone d'orgoglio (l'ultimo lo conservo per la prossima volta, ammesso che ci sarà, o per ricostruirmene un po' senza partire da zero...). E lui è in affanno. Per un attimo penso che potrebbe star facendo dell'altro oltre a parlare con me al telefono, ma subito caccio via quest'idea malsana: a volte è meglio non immaginare, è meglio non sapere. Quanta ansia... Tensione, tensione, tensione. Sto diventando di pietra tanto tutti i miei muscoli sono contratti per la tensione. Il suo è puro terrorismo psicologico. Lui lo sa, e pare ne approfitti. Lentamente mi sta schiacciando. Non mi dà vie di fuga. "Non è una questione di spazio, ma di tempo", dice. No no: per me è proprio di spazio, e mi vedo in quella scena di Guerre Stellari (ripresa in un video dei Cardigans)... tra quattro pareti d'acciaio che lentamente mi vengono addosso, in una stanza che cerca di comprimermi. O magari è lui dentro una stanza... lo vedo, sta mettendo su l'ultimo muro... invalicabile. E' irragiungibile. Ecco il problema. Lo inseguirò in eterno? O mi stancherò prima? Cerco di riconcentrarmi sulla telefonata. Mi è sfuggito qualcosa? Cattivo, come le frasi impietose che continua a rivolgermi. Come se avesse qualcosa contro di me, un conto da farmi pagare. Ripenso alla prima volta che l'ho rivisto, l'inizio del secondo tempo della nostra storia, lì, davanti all'angolo rosso... io ho pensato "dio! quanto lo odio!" e lui "mamma mia quant'è carina!". Ma se l'abbia pensato davvero questo nessuno può dirlo... spesso non sa neanche lui quel che mi dice ed io col tempo ho imparato a diffidare. Ma è bello pensare che le cose siano andate davvero così... fa sorridere. Prova a liquidarmi. Cerco di oppormi al mio mutismo, ma ogni secondo di silenzio che passa sono lì, con mille pensieri, mille immagini, mille risposte, mille domande da dirgli e da fargli, che appena apro bocca mi muoiono lì, tra la gola e il palato. E so che voglio piangere, ma il pianto preferisce non rompere il silenzio, e anche lui mi rimane sospeso in gola. Piangerò dopo, già lo so. Piangerò tanto. Qualche altra battuta, tanto per infierire, qualche altra presa di posizione che non lascia scampo... poi "...e allora buonanotte", e sparisce di nuovo nel suo mondo splendido. E' finita. Non ci sarà una prossima volta. E' finita ed io non ho nessun diritto di replica. Posso solo accettare ciò che mi ha imposto. Posso solo ammirare il suo esemplare muro di cemento. Resto ferma per qualche minuto, giusto per riprendere contatto con me stessa, per normalizzare il battito, la salivazione, il respiro. Poi metto su la canzone che mi sembra più adatta al mio stato d'animo, quella che contiene tutte le parole che mi formicolano dentro e che lì sono rimaste per paura, quella che mi scatena il pianto. Qualche gesto quotidiano per ingannare l'attesa del sonno che non vuol sopraggiungere. Finalmente mi infilo sotto le coperte. Non è la prima volta che mi addormento piangendo e mi sveglio con la lenta ma chiara consapevolezza che tutto ciò che è successo non è stato un brutto sogno. Eppure devo trovare la forza di alzarmi, di uscire, di trovare distrazione in un esame che mi chiede di stare tre ore seduta davanti a un foglio pieno di simboli da decifrare, di stare accanto a chi mi vuole bene nonostante tutto. Ma una mezz'ora per un altro giro di intimisto me la posso concedere. Almeno questo. Buongiòrno Giò, è il 26 gennaio. Mi rubi il tempo, mi rubi l'energia Non ascolti il lamento, non ascolti il richiamo Incrini il mio coraggio, vanifichi l'attesa Le sere che ti aspetto, i pomeriggi che aspettano la sera Mi rubi la mattina che mi sveglio da solo e non sta bene... Distruggi le mie felicità perché sono da poco agli occhi tuoi... Qualcuna la riempi, la gonfi a dismisura E io devo lasciarla che stava bene silenziosa e sola E gli occhi tuoi mi rubano la luce Perché tu possa splendere nei miei Allora non rimane niente e te ne vai Allora non rimane niente e te ne vai Consuma spento e lento il mio dolore consuma me. postato da: giogiogio | 30/01/2004 14:19
| commenti (8) giovedì, gennaio 29
Ora del crepuscolo. Blu d'india, acqua di vetro, alberi lucenti e liquiescenti. A Juares i binari si tuffano nel canale. Il lungo trenino con le fiancate laccate scende rapidamente come vagoni dell'ottovolante. Non e' Parigi. Non e' Coney Island. E' un crepuscolare miscuglio di tutte le citta' d'Europa e dell'America centrale. Sotto di me, scalo ferroviario, i binari neri stesi a ragnatela, non ordinatamente disposti da un ingegnere, ma quasi disegnati da un cataclisma, come esili crepe nel ghiaccio polare che la macchina fotografica registra in gradazioni di nero. Henry Miller (da "Tropico del Cancro") postato da: il_vile | 29/01/2004 21:13
| commenti (2) mercoledì, gennaio 28 Recensione-supposta (nel senso rettale del termine) de "Il cuore degli uomini": STORIA:vita di un gruppo di cinquantenni amici, c'e' chi scopa, chi no, chi cornifica, chi e' cornificato. ATTORI E REGIA: attori bravi, regia a mio modesto parere qualunquissima. MUSICA: in parte italiana (schifo), in parte francese (schifo doppio) CRITICA: due errori imperdonabili: 1) happy-end caramelloso che mostra persone felici e contente, e 2) le persone felici e contente sono francesi (lo so, sono razzista) postato da: marcosardo | 28/01/2004 16:33
| commenti (3) lunedì, gennaio 26 Questo racconto e' aperto. 1) nel senso che e' un work in progress 2) nel senso che puo' partecipare CHIUNQUE e NON solo i redattori (anzi, i redattori chis se li incula...) 3) le regole sono poche e semplici: A-e' scritto a ritroso: si e' partiti dal finale, con tutta una serie di conseguenze che si possono immaginare B-leggi con attenzione quello che e' stato scritto finora C-si tratta di andare nei commenti e postare la propria parte di racconto che dovra PRECEDERE gli avvenimenti letti (temporalente e logicamente) e conservare appena appena un ciccinino dello stile generale. D-TOTALE liberta' creativa! postato da: il_vile | 26/01/2004 21:39
| commenti (2) venerdì, gennaio 23
postato da: casaruben | 23/01/2004 00:32
| commenti (2) lunedì, gennaio 19 HAIL TO THE THIEF
Toccare il suolo in assenza di gravita’. Mi immagino cosi’ di poter descrivere l’esperienza di un viaggio all’interno di Hail to the thief. Un contatto nuovo e diverso, in una condizione impropria e alienata, con qualcosa che conosci,familiare e rassicurante. Capolavoro dei Radiohead?Meglio non porsi la domanda. Il rischio adesso e’ di rispondere si. E la magia nevrotica e sensuale di Ok Computer? Le follie e il cervello che pulsa come un cuore stracolmo di sangue di Kid A e Amnesiac? E i rancori e i brandelli di anima che ancora solletica il ricordo di The Bends? Meglio non pensarci. Perche’ la parola chiave qui e’ EQUILIBRIO. Il bagno caldo nell’elettronica ha lasciato la nuova esigenza del corpo. Corpo ed equilibrio. Due concetti che la cultura occidentale ha sviluppato insieme facendoli crescere insieme in un'unica tensione:armonia. Si a volte sembra che i Radiohead ci tengano a non perdere il passo con loro stessi. Gli episodi piu’ elettronici, fanno volentieri a meno delle chitarre. Backdrifts e the Gloaming puntano tutto sull’ipnotismo e si mettono a giocare col tuo cervello. Nascoste in piccoli salottini di chill out all’interno del disco.Tanto per ricordare in che secolo siamo o stiamo andando. Per il resto il tempo non esiste. Sara’ anche per questo che a me sembrano proprio questi gli episodi meno…riusciti? No, meno perfetti e compiuti. 2+2=5 e’ una genialata che sarebbe rimasta parzialmente irrisolta in qualunque altro album dei Radiohead, pure se i referenti sono,piu’ che in altre parti del disco, piuttosto riconoscibili. Parte straniante, poco accattivante. Quasi gia’ sentita da queste parti. Ma quando la voce di Yorke inizia a fare su e giu’ capisci che ti stanno preparando una sorpresa. E infatti. Chitarre. Che piu’ chitarre,in senso rock, non si puo’. E ti accorgi che ne avevi bisogno. Il pezzo diventa una scorribanda schizofrenica tra le lenzuola di un sonno agitato. Sit down, stand up. Inizia come i figliocci Lali Puna in stato di grazia. E non puoi non immaginarti l’oscillazione tipica della testa di Yorke proprio mentre suona quel piano zoppicante. Con gli occhi chiusi. E poi ne spunta un altro di Yorke. Meno alienato dell’altro. Uno seduto, l’altro in piedi. Finche non ti ritrovi avvolto dai cavi che si intrecciano e ti trascinano in fondo a qualcosa. Quel qualcosa e’ un refrain convulso ripetuto all’infinito, infarcito di laser robotronici. Un finale che affonda nell’illusione dell’esilio dalla presenza. Sail to the moon. Inizia che sembra Pyramid Song convertita ai Pink Folyd finche’ proprio la fantastica pinkfloydiana entrata delle tastiere(uno degli istanti, dei micromomenti piu’ intensi del disco) non la converte in una processione del cuore nero fin su, in cima…laddove un pezzo che nasce, ancora una volta, dal piano, diventa estremamente greenwoodiano (nel senso di chitarra psichedelica e evocatrice)..e sono i magici riverberi sulla batteria i gradini di questa scalata in cima…una cima bianca di tasti di piano, bianca di luna… Questo e’ il terzetto folgorante del disco. Da ascoltare ancora in piedi. Ora ci si siede. Col rischio di sbagliare perche’ e’ adesso che arrivano le suggestioni di trance elettronica. In backdritfs e’ il ritmo infatti a farla da padrone.E qui siamo appena oltre il pulsare del sangue.Ma ammesso che se i radiohead sono una strepitosa rockband e una poco piu’ che decente band di elettronica, il che secondo me li rende straordinariamente postmoderni e di gran lunga il gruppo piu’ significativo di un nuovo millennio che si confronta con se stesso,ammesso,dunque che non e’ il loro forte bisogna allora andare a cercare cosa rende questo brano radioheadiano e,soprattutto, coinvolgente. Tom Yorke.E’ l’idea dellìex sfigato,mingherlino,mezzocchio che tira fuori tutto sto casino a fare godere da matti.E Backdrifts e’ pure lo spartiacque. Ora il disco puo’ andare da se.La nostra concentrazione respira. I pori si dilatano e,fradici,ci gustiamo la scossa smithsiana di go to sleep e l’alienato e spiratuale we suck yuong blood un lamento nero che strazia un anima bianca(o viceversa,fate un po’ voi), entrambi assolutamente e in maniera opposta, intensissimi. Cala l’ispirazione sul post-funk-psichedelico di where i end and you begin che si limita a non annoiare con innesti di chitarra capaci solo fin ad un certo punto di celare la loro necessita’ su una ritmica ben costruita e sempre in tensione, ipnotica,la voce di Yorke commuove ancora ma non calca la mano neanche quando i tastieroni lo accompagnano.Ma soprattutto delude the Gloaming, inno disperato per convincerci e convincerci di essere ancora al passo coi tempi. Una specie di concessione al futuro della musica esattamente come chi li rispetta(ma non li stima) si aspetterebbe da loro. Pioggia di beat che non bagna, lascia asciutti e in attesa. Niente mi impedira’ di pensare che questa algida perturbazione non sia l’anticamera ideale per far risaltare il cuore torbido e pulsante dell’album in uno degli episodi piu’ coinvolgenti e struggenti dell’intera carriera dei Radiohead. E’ da qua, da questa canzone assolutamente magica,assolutamente reale, dal suo video inquietante e tetro insieme onirico e favoloso, che inizia il sospetto che quello che si stia ascoltando, l’intero Hail to the Theif sia una favola nera, un percorso oltre ogni superficie morale esattamente dietro la fiaba, il suo lato oscuro e perverso, la paura di qualcosa di nascosto che prima o poi bussera’ alla tua porta. E che bocca grande che ha! There there.Con quel suo “solo perche’ lo senti non vuol dire che sia li’” E’ pura magia nera, che inizia tribale fino a liberare gli animale parlanti che la abitano, piccoli dei della scomparsa e dell’illusione, ma la storia continua e il bosco continua a sussurrare verita’ inascoltabili, angeli che calpestano foglie morte fino alla sospensione, la sospensione della scomparsa il un ombra che non vuole essere ingoiata dalla notte.Un crescendo favoloso senza essere epico.Una metonimia dell’intero disco. Perche,da qui in poi, non c’e’ scampo. Un capolavoro dopo l’altro.I will e’ completamente nuda. Il piccolo gioiello di I will spoglia i radiohead completamente a nudo, vergognosamente bianchi, di un bianco accecante e allucinatorio. Voce e chitarra e basta. No. C’e’ di nuovo, ancora, quel meraviglioso lavoro alle voci che ha fatto, per tutto l’album il buon Tom. Una ninna nanna di cocente rapimento, di una dolcezza spoglia e malata. A punchup at a wedding e’ completamente sbronza. Intrisa di incanto, la favola che non riesce a nascondere l’orrore, un beat ingenuo, un intreccio ossessivo di basso e piano, una batteria centrata, ma soprattutto un ritornello impercettibile e stupendo. Vestiti da sposa macchiati di punch quasi rosso.Bianco e rosso si offendono l’un l’altro.Una chitarrina entra nel finale per uno shockante e delirante solletico alla gola. Myxomatosis e’ completamente malata. Gli strumenti passati al computer la marchiano subito timbricamente, ma sotto questa scorza di infezione digitale c’e’ una canzone dall’ingegneria perfetta.Inizia con una linea sola, voce e base seguono la stessa melodia, poi,lentamente,passo dopo passo, le linee si sparpagliano e si aggiungono suoni su suoni,voci su voci. Ma e’ la composizione, la scrittura, che sconvolge. Assolutamente canzone. Beach boys e Van Morrison irriconoscibili con innesti cyborg con i lamb o i nine inch nails. Scatterbrain e’ completamente segreta. E’ il segreto del disco,nascosta dal suo essere tipicamente radiohead, sensuale e semplice in arpeggi di chitarra stanchi e druming secondo me perfetto e che la impreziosisce.Il gioiello che rischia di essere perso in un ascolto distratto, sofferta e ispirata(lo conferma l’esecuzione dal vivo), e’ la lama di un coltello che ti accarezza le guance. A wolf at the door e’ completamente disperata….Eminem e Jeff Buckley,l’angelo caduto e il diavolo che scalcia,…dannata,spaventosamente suggestiva, perfetta, da ascoltare senza respirare, l’apnea del terrore, quel lupo appena dietro la porta. La favola invade la vita e la trasforma nell’immagine di un incubo proiettato sulla bianca pelle lucida di chi e’ ancora troppo vivo. Sono cresciuto con loro. Il loro dischi (forzando un po’…) possono descrivere tappe della mia vita. Momenti. Ricordi che ci ho ficcato dentro a forza, in corsa, lasciando che loro, Tom e co. mi facessero sentire che andare avanti da in retrogusto la sensazione di precipitare. In fondo a qualcosa. Non so cosa. Ma in effetti, per me, e’ la vertigine di come tutto corre avanti e piu’ va avanti e piu’ ha senso quello che e’ stato. Percio’, Salute al Ladro! Non e’ piu’ la paura di crescere. Ma il terrore, che in qualche modo, in qualche attimo che ci e’ sfuggito, siamo gia’ cresciuti. Il Ladro ci ha rubato quell’attimo? Loro ce lo restituiscono, lasciando il dolore alla bellezza, dimenticando la morale della favola per ricordare che i sogni non hanno una morale. postato da: il_vile | 19/01/2004 21:52
| commenti (3) sabato, gennaio 17 postato da: casaruben | 17/01/2004 15:05
| commenti martedì, gennaio 13 il_vile wrote: postato da: casaruben | 13/01/2004 19:38
| commenti (1) ChienSaBewrote: postato da: casaruben | 13/01/2004 19:37
| commenti (1) sonic.p wrote: postato da: casaruben | 13/01/2004 19:37
| commenti (7) Il_vile wrote: postato da: casaruben | 13/01/2004 19:30
| commenti (1) |