[Le Machin-Truc]
qui ci sono tutte le cose che risultavano troppo lunghe per essere pubblicate su casaruben....una occasione per ...
 





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venerdì, gennaio 30

Insomma, arrivo lì: pare mi abbia concesso la grazia di esser di nuovo al suo cospetto. Il suo tono è freddo, lui è tanto distante. E mi mette alle strette. Sprofondo nel mio disagiò. Perchè? Perchè fa così? Perchè adesso, adesso che non sono pronta, adesso che non è il momento? E' totalmente indifferente, insensibile alle mie richieste d'aiuto. Eppure il suo respiro è affannoso. Lo sento, nei nostri silenzi. Lui ansima, io deglutisco ogni quattro secondi. Mando giù anche il penultimo boccone d'orgoglio (l'ultimo lo conservo per la prossima volta, ammesso che ci sarà, o per ricostruirmene un po' senza partire da zero...). E lui è in affanno. Per un attimo penso che potrebbe star facendo dell'altro oltre a parlare con me al telefono, ma subito caccio via quest'idea malsana: a volte è meglio non immaginare, è meglio non sapere. Quanta ansia... Tensione, tensione, tensione. Sto diventando di pietra tanto tutti i miei muscoli sono contratti per la tensione. Il suo è puro terrorismo psicologico. Lui lo sa, e pare ne approfitti. Lentamente mi sta schiacciando. Non mi dà vie di fuga. "Non è una questione di spazio, ma di tempo", dice. No no: per me è proprio di spazio, e mi vedo in quella scena di Guerre Stellari (ripresa in un video dei Cardigans)... tra quattro pareti d'acciaio che lentamente mi vengono addosso, in una stanza che cerca di comprimermi. O magari è lui dentro una stanza... lo vedo, sta mettendo su l'ultimo muro... invalicabile. E' irragiungibile. Ecco il problema. Lo inseguirò in eterno? O mi stancherò prima? Cerco di riconcentrarmi sulla telefonata. Mi è sfuggito qualcosa? Cattivo, come le frasi impietose che continua a rivolgermi. Come se avesse qualcosa contro di me, un conto da farmi pagare. Ripenso alla prima volta che l'ho rivisto, l'inizio del secondo tempo della nostra storia, lì, davanti all'angolo rosso... io ho pensato "dio! quanto lo odio!" e lui "mamma mia quant'è carina!". Ma se l'abbia pensato davvero questo nessuno può dirlo... spesso non sa neanche lui quel che mi dice ed io col tempo ho imparato a diffidare. Ma è bello pensare che le cose siano andate davvero così... fa sorridere. Prova a liquidarmi. Cerco di oppormi al mio mutismo, ma ogni secondo di silenzio che passa sono lì, con mille pensieri, mille immagini, mille risposte, mille domande da dirgli e da fargli, che appena apro bocca mi muoiono lì, tra la gola e il palato. E so che voglio piangere, ma il pianto preferisce non rompere il silenzio, e anche lui mi rimane sospeso in gola. Piangerò dopo, già lo so. Piangerò tanto. Qualche altra battuta, tanto per infierire, qualche altra presa di posizione che non lascia scampo... poi "...e allora buonanotte", e sparisce di nuovo nel suo mondo splendido. E' finita. Non ci sarà una prossima volta. E' finita ed io non ho nessun diritto di replica. Posso solo accettare ciò che mi ha imposto. Posso solo ammirare il suo esemplare muro di cemento. Resto ferma per qualche minuto, giusto per riprendere contatto con me stessa, per normalizzare il battito, la salivazione, il respiro. Poi metto su la canzone che mi sembra più adatta al mio stato d'animo, quella che contiene tutte le parole che mi formicolano dentro e che lì sono rimaste per paura, quella che mi scatena il pianto. Qualche gesto quotidiano per ingannare l'attesa del sonno che non vuol sopraggiungere. Finalmente mi infilo sotto le coperte. Non è la prima volta che mi addormento piangendo e mi sveglio con la lenta ma chiara consapevolezza che tutto ciò che è successo non è stato un brutto sogno. Eppure devo trovare la forza di alzarmi, di uscire, di trovare distrazione in un esame che mi chiede di stare tre ore seduta davanti a un foglio pieno di simboli da decifrare, di stare accanto a chi mi vuole bene nonostante tutto. Ma una mezz'ora per un altro giro di intimisto me la posso concedere. Almeno questo. Buongiòrno Giò, è il 26 gennaio.

Mi rubi il tempo, mi rubi l'energia

Non ascolti il lamento, non ascolti il richiamo

Incrini il mio coraggio, vanifichi l'attesa

Le sere che ti aspetto, i pomeriggi che aspettano la sera

Mi rubi la mattina che mi sveglio da solo e non sta bene...

Distruggi le mie felicità perché sono da poco agli occhi tuoi...

Qualcuna la riempi, la gonfi a dismisura

E io devo lasciarla che stava bene silenziosa e sola

E gli occhi tuoi mi rubano la luce

Perché tu possa splendere nei miei

Allora non rimane niente e te ne vai

Allora non rimane niente e te ne vai

Consuma spento e lento il mio dolore consuma me.

postato da: giogiogio | 30/01/2004 14:19 | commenti (8)

giovedì, gennaio 29

Ora del crepuscolo. Blu d'india, acqua di vetro, alberi lucenti e liquiescenti. A Juares i binari si tuffano nel canale. Il lungo trenino con le fiancate laccate scende rapidamente come vagoni dell'ottovolante. Non e' Parigi. Non e' Coney Island. E' un crepuscolare miscuglio di tutte le citta' d'Europa e dell'America centrale. Sotto di me, scalo ferroviario, i binari neri stesi a ragnatela, non ordinatamente disposti da un ingegnere, ma quasi disegnati da un cataclisma, come esili crepe nel ghiaccio polare che la macchina fotografica registra in gradazioni di nero.

                                                                                          Henry Miller

                                                                               (da "Tropico del Cancro")

postato da: il_vile | 29/01/2004 21:13 | commenti (2)

mercoledì, gennaio 28

Recensione-supposta (nel senso rettale del termine) de  "Il cuore degli uomini":

STORIA:vita di un gruppo di cinquantenni amici, c'e' chi scopa, chi no, chi cornifica, chi e' cornificato.

ATTORI E REGIA: attori bravi, regia a mio modesto parere qualunquissima.

MUSICA: in parte italiana (schifo), in parte francese (schifo doppio)

CRITICA: due errori imperdonabili: 1) happy-end caramelloso che mostra persone felici e contente, e  2) le persone felici e contente sono francesi (lo so, sono razzista)

postato da: marcosardo | 28/01/2004 16:33 | commenti (3)

lunedì, gennaio 26

Questo racconto e' aperto.

1) nel senso che e' un work in progress

2) nel senso che puo' partecipare CHIUNQUE e NON solo i redattori (anzi, i redattori chis se li incula...)

3) le regole sono poche e semplici:

A-e' scritto a ritroso: si e' partiti dal finale, con tutta una serie di conseguenze che si possono immaginare

B-leggi con attenzione quello che e' stato scritto finora

C-si tratta di andare nei commenti e postare la propria parte di racconto che dovra PRECEDERE gli avvenimenti letti (temporalente e logicamente) e conservare appena appena un ciccinino dello stile generale.

D-TOTALE liberta' creativa!

postato da: il_vile | 26/01/2004 21:39 | commenti (2)

venerdì, gennaio 23


postato da: casaruben | 23/01/2004 00:32 | commenti (2)

lunedì, gennaio 19

HAIL TO THE THIEF

 

Toccare il suolo in assenza di gravita’. Mi immagino cosi’ di poter descrivere l’esperienza di un viaggio all’interno di Hail to the thief. Un contatto nuovo e diverso, in una condizione impropria e alienata, con qualcosa che conosci,familiare e rassicurante. Capolavoro dei Radiohead?Meglio non porsi la domanda. Il rischio adesso e’ di rispondere si. E la magia nevrotica e sensuale di Ok Computer? Le follie e il cervello che pulsa come un cuore stracolmo di sangue di Kid A e Amnesiac? E i rancori e i brandelli di anima che ancora solletica il ricordo di The Bends?

Meglio non pensarci. Perche’ la parola chiave qui e’ EQUILIBRIO. Il bagno caldo nell’elettronica ha lasciato la nuova esigenza del corpo. Corpo ed equilibrio. Due concetti che la cultura occidentale ha sviluppato insieme facendoli crescere insieme in un'unica tensione:armonia.

Si a volte sembra che i Radiohead ci tengano a non perdere il passo con loro stessi. Gli episodi piu’ elettronici, fanno volentieri a meno delle chitarre. Backdrifts e the Gloaming puntano tutto sull’ipnotismo e si mettono a giocare col tuo cervello. Nascoste in piccoli salottini di chill out all’interno del disco.Tanto per ricordare in che secolo siamo o stiamo andando. Per il resto il tempo non esiste. Sara’ anche per questo che a me sembrano proprio questi gli episodi meno…riusciti? No, meno perfetti e compiuti.

2+2=5 e’ una genialata che sarebbe rimasta parzialmente irrisolta in qualunque altro album dei Radiohead, pure se i referenti sono,piu’ che in altre parti del disco, piuttosto riconoscibili. Parte straniante, poco accattivante. Quasi gia’ sentita da queste parti. Ma quando la voce di Yorke inizia a fare su e giu’ capisci che ti stanno preparando una sorpresa. E infatti. Chitarre. Che piu’ chitarre,in senso rock, non si puo’. E ti accorgi che ne avevi bisogno. Il pezzo diventa una scorribanda schizofrenica tra le lenzuola di un sonno agitato. Sit down, stand up. Inizia come i figliocci Lali Puna in stato di grazia. E non puoi non immaginarti l’oscillazione tipica della testa di Yorke proprio mentre suona quel piano zoppicante. Con gli occhi chiusi. E poi ne spunta un altro di Yorke. Meno alienato dell’altro. Uno seduto, l’altro in piedi. Finche non ti ritrovi avvolto dai cavi che si intrecciano e ti trascinano in fondo a qualcosa. Quel qualcosa e’ un refrain convulso ripetuto all’infinito, infarcito di laser robotronici. Un finale che affonda nell’illusione dell’esilio dalla presenza. Sail to the moon. Inizia che sembra Pyramid Song convertita ai Pink Folyd finche’ proprio la fantastica pinkfloydiana entrata delle tastiere(uno degli istanti, dei micromomenti piu’ intensi del disco) non la converte in una processione del cuore nero fin su, in cima…laddove un pezzo che nasce, ancora una volta, dal piano, diventa estremamente greenwoodiano (nel senso di chitarra psichedelica e evocatrice)..e sono i magici riverberi sulla batteria i gradini di questa scalata in cima…una cima bianca di tasti di piano, bianca di luna…

Questo e’ il terzetto folgorante del disco. Da ascoltare ancora in piedi.

Ora ci si siede. Col rischio di sbagliare perche’ e’ adesso che arrivano le suggestioni di trance elettronica. In backdritfs e’ il ritmo infatti a farla da padrone.E qui siamo appena oltre il pulsare del sangue.Ma ammesso che se i radiohead sono una strepitosa rockband e una poco piu’ che decente band di elettronica, il che secondo me li rende straordinariamente postmoderni e di gran lunga il gruppo piu’ significativo di un nuovo millennio che si confronta con se stesso,ammesso,dunque che non e’ il loro forte bisogna allora andare a cercare cosa rende questo brano radioheadiano e,soprattutto, coinvolgente. Tom Yorke.E’ l’idea dellìex sfigato,mingherlino,mezzocchio che tira fuori tutto sto casino a fare godere da matti.E Backdrifts e’ pure lo spartiacque. Ora il disco puo’ andare da se.La nostra concentrazione respira. I pori si dilatano e,fradici,ci gustiamo la scossa smithsiana di go to sleep e l’alienato e spiratuale we suck yuong blood un lamento nero che strazia un anima bianca(o viceversa,fate un po’ voi), entrambi assolutamente e in maniera opposta, intensissimi. Cala l’ispirazione sul post-funk-psichedelico di where i end and you begin che si limita a non annoiare con innesti di chitarra capaci solo fin ad un certo punto di celare la loro necessita’ su una ritmica ben costruita e sempre in tensione, ipnotica,la voce di Yorke commuove ancora ma non calca la mano neanche quando i tastieroni lo accompagnano.Ma soprattutto delude the Gloaming, inno disperato per convincerci e convincerci di essere ancora al passo coi tempi. Una specie di concessione al futuro della musica esattamente come chi li rispetta(ma non li stima) si aspetterebbe da loro. Pioggia di beat che non bagna, lascia asciutti e in attesa. Niente mi impedira’ di pensare che questa algida perturbazione non sia l’anticamera ideale per far risaltare il cuore torbido e pulsante dell’album in uno degli episodi piu’ coinvolgenti e struggenti dell’intera carriera dei Radiohead. E’ da qua, da questa canzone assolutamente magica,assolutamente reale, dal suo video inquietante e tetro insieme onirico e favoloso, che inizia il sospetto che quello che si stia ascoltando, l’intero Hail to the Theif sia una favola nera, un percorso oltre ogni superficie morale esattamente dietro la fiaba, il suo lato oscuro e perverso, la paura di qualcosa di nascosto che prima o poi bussera’ alla tua porta. E che bocca grande che ha! There there.Con quel suo “solo perche’ lo senti non vuol dire che sia li’” E’ pura magia nera, che inizia tribale fino a liberare gli animale parlanti che la abitano, piccoli dei della scomparsa e dell’illusione, ma la storia continua e il bosco continua a sussurrare verita’ inascoltabili, angeli che calpestano foglie morte fino alla sospensione, la sospensione della scomparsa il un ombra che non vuole essere ingoiata dalla notte.Un crescendo favoloso senza essere epico.Una metonimia dell’intero disco. Perche,da qui in poi, non c’e’ scampo. Un capolavoro dopo l’altro.I will e’ completamente nuda. Il piccolo gioiello di I will spoglia i radiohead completamente a nudo, vergognosamente bianchi, di un bianco accecante e allucinatorio. Voce e chitarra e basta. No. C’e’ di nuovo, ancora, quel meraviglioso lavoro alle voci che ha fatto, per tutto l’album il buon Tom. Una ninna nanna di cocente rapimento, di una dolcezza spoglia e malata. A punchup at a wedding e’ completamente sbronza. Intrisa di incanto, la favola che non riesce a nascondere l’orrore, un beat ingenuo, un intreccio ossessivo di basso e piano, una batteria centrata, ma soprattutto un ritornello impercettibile e stupendo. Vestiti da sposa macchiati di punch quasi rosso.Bianco e rosso si offendono l’un l’altro.Una chitarrina entra nel finale per uno shockante e delirante solletico alla gola. Myxomatosis e’ completamente malata. Gli strumenti passati al computer la marchiano subito timbricamente, ma sotto questa scorza di infezione digitale c’e’ una canzone dall’ingegneria perfetta.Inizia con una linea sola, voce e base seguono la stessa melodia, poi,lentamente,passo dopo passo, le linee si sparpagliano e si aggiungono suoni su suoni,voci su voci. Ma e’ la composizione, la scrittura, che sconvolge. Assolutamente canzone. Beach boys e Van Morrison irriconoscibili con innesti cyborg con i lamb o i nine inch nails. Scatterbrain e’ completamente segreta. E’ il segreto del disco,nascosta dal suo essere tipicamente radiohead, sensuale e semplice in arpeggi di chitarra stanchi e druming secondo me perfetto e che la impreziosisce.Il gioiello che rischia di essere perso in un ascolto distratto, sofferta e ispirata(lo conferma l’esecuzione dal vivo), e’ la lama di un coltello che ti accarezza le guance. A wolf at the door e’ completamente disperata….Eminem e Jeff Buckley,l’angelo caduto e il diavolo che scalcia,…dannata,spaventosamente suggestiva, perfetta, da ascoltare senza respirare, l’apnea del terrore, quel lupo appena dietro la porta. La favola invade la vita e la trasforma nell’immagine di un incubo proiettato sulla bianca pelle lucida di chi e’ ancora troppo vivo.

Sono cresciuto con loro. Il loro dischi (forzando un po’…) possono descrivere tappe della mia vita. Momenti. Ricordi che ci ho ficcato dentro a forza, in corsa, lasciando che loro, Tom e co. mi facessero sentire che andare avanti da in retrogusto la sensazione di precipitare. In fondo a qualcosa. Non so cosa. Ma in effetti, per me, e’ la vertigine di come tutto corre avanti e piu’ va avanti e piu’ ha senso quello che e’ stato. Percio’, Salute al Ladro! Non e’ piu’ la paura di crescere. Ma il terrore, che in qualche modo, in qualche attimo che ci e’ sfuggito, siamo gia’ cresciuti. Il Ladro ci ha rubato quell’attimo? Loro ce lo restituiscono, lasciando il dolore alla bellezza, dimenticando la morale della favola per ricordare che i sogni non hanno una morale.

postato da: il_vile | 19/01/2004 21:52 | commenti (3)

sabato, gennaio 17


postato da: casaruben | 17/01/2004 15:05 | commenti

martedì, gennaio 13

il_vile wrote:

Kill Bill vol 1


Mai visto un film con tante aspettative. Non tanto per il regista o per curiosita’ il film in se’. Piuttosto sono stati gli occhi languidi di chi mi aveva parlato del film, come se gli ribollisse il sangue in attesa della consueta richiesta di un giudizio. Come fossero innamorati o, meglio, imbarazzati di rivelare di esserlo.Mai tante aspettative, dunque, e mai tanta sicurezza che non sarebbero rimaste deluse. Di fronte a tali entusiasmi mi capita sempre di approcciare al film con atteggiamento diffidente, quando non ipercritico. Ma stavolta era diverso: chi me lo consigliava non parlava a ragion veduta, ma col cuore in mano; non ti deve piacere perche’senno’ poi sei stupido,ma ti deve piacere perche’ e’ la cosa migliore che posso augurarti. Beh, l’ho visto (a prop. Al Madison gli studenti pagano 3!). Kill Bill e’ bellissimo. Erano anni che non mi divertivo cosi’ al cinema(da solo poi…). Una scrittura favolosa, avvincente, turbinosa, in un vortice di immagini spietate. Vortice. Il film parte da un centro che si espande.Non segue linearmente il progetto, la messa in atto della vendetta, della Sposa, ma ha una storia sua, un suo filo, vita propria, il cui principio/fine e’ il nocciolo dal quale l’azione si dilata, abbracciando continenti e elargendo contributi di sangue e violenza sempre maggiori, in modo proporzionalmente inverso rispetto al concretizzarsi della freddezza e lucidita’ della vendetta. Da un centro emotivo e caldo, ma meno cruento (almeno per violenza mostrata) piu’ stilistico, man mano che il calcolo spietato della vendetta dissipava l’emotivita’ e le passioni, il film sanguina sempre di piu’ e lo spettatore (al quale come al solito tarantino risparmia poco, ma quando lo fa, avviene con una raffinatezza unica) viene coinvolto e preso per lo stomaco al crescere delle aberrazioni e delle mutilazioni finto-filmiche. Pero’. Pero’ forse non e’ il cinema che piace a me. E questo in risposta a chiunque (e me ne immagino parecchi) non si siano limitati ad ammetterne il valore ma avessero usato l’espressione “questo e’ cinema”. Questo e’ il cinema che ama chi maneggia le immagini come una spada da samurai(piu’ cerimonie che concretezza?), di chi ha un bagaglio cinematografico sconfinato (il sospetto di citazione, vista la mia incapacita’ di riconoscerla pienamente,mi e’ piu’ odioso di una citazione che potrei riconoscere..), di chi e’,senza ammetterlo, profondamente formalista, degli scienziati della comunicazione,fruitori tardotelevisivi,commessi in videonoleggi,cultori degli spot MTV,e venditori di T-Shirt. E’ un film magistrale. Davvero niente di piu’ (se chiedete di piu’ ad un film). E’ un minestrone di generi, dal fumetto al videogame in brodo di cinema di serieB (distinto dal cinema di serieA non piu’ gerarchicamente ma per un sempre piu’ consolidato campionario di connotazioni formali) che piace tanto ai giovani. Ma ha anche qualcosa in piu’. Kill Bill e’ intelligente, non lascia scampo,ti fredda. E’ un film-vibratore. Si potrebbe dire: facile! Disponendo di ettolitri di inchiostro rosso ben distribuito, di una bella donna che subisce il massimo del dolore concepibile e cerca la sua vendetta (vendetta= massimo di identificazione, belladonnawasp=massimo di compenetrazione dello sguardo cinematografico), dialoghi zappi di frasi da t-shirt…. Beh, si, facile. Appunto…..Kill Bill piu’ che intelligente, e’ furbo. Il fatto e’ che come per Pulp Fiction io ho l’impressione che molte, troppe, cose siano fini a se stesse. Il fatto che la mia universita’ cerca di convincermi che questo e’ un bene se permette al film di girare (su se stesso?) io ancora non lo digerisco. Puo’ essere che mi procurero’ anch’io magliette, gadget, screensaver e tutine gialle,bende da pirata-crocerossina, se perdero’ il sospetto che, in qualche modo, tutto cio’ non fosse stato previsto. P.S. Poi pero’ stanotte faccio un sogno che per “sceneggiatura” e violenza, a confronto Tarantino e’ Zeffirelli. Io non sogno mai. Grazie Quentin. P.P.S. Beh a distanza di tempo dal film e dal commento dovrei spiegare perche’ Kill Bill mi entra dentro ogni giorno di piu’ del perche’ho assunto anch’io quello sguardo languido, del perche’ le cose che ho scritto mi sembrano una valanga di stronzate…di alcuni film si dice che possono piacere perche’, diamine!, ce l’abbiamo tutti un cuore! Ecco,Kill Bill piace perche’, diamine!, abbiamo tutti del sangue! postato da il_vile

postato da: casaruben | 13/01/2004 19:38 | commenti (1)

ChienSaBewrote:

Ma io Chilbil non l’ho ancora visto, sara’ che qui passano il treiler americano che non e’ che ispiri molto, ma c’andro’ presto. Sono di Milano, ma ora non sono la’, e la sera del 15 dicembre a Milano si ricorda una vecchia storia che c’e’ chi non vuole dimenticare. Vi ricordate di quel vecchio film che la Fatebenefratelli usci’ giusto giusto ventiquattroanni fa? Non mi ricordo bene il titolo, la colonna sonora, quellasi', un po' la ricordo, ed e' molto cantata. La storia se non mi sbaglio e’ quella di un ferroviere di Milano – beh, non so chi di voi conosca quella citta’, l’effetto che fa respirare la nebbia pedalando per la periferia perche’ il film ha molto di questa atmosfera schizofrenica di chi e’ sempre in bilico fra la frenesia del lavoro e l’apatia immobile di un bel nebbione padano. Il ferroviere gira spesso sulla sua bicicletta, mantenendo questo equilibrio con la voglia di rifarla da capo questa citta’, salvando i navigli e qualche strada del quartiere Garibaldi, o del Ticinese, porta Cicca, perfino qualche palazzone di Quarto Oggiaro ma solo per ricordo. E' di quelli che vuole scalare questa ripida pianura. Insomma, il film si apre proprio con lui che pedala su per il ponte della Ghisolfa, nel traffico di piccole macchinine della fine degli anni del bum, sotto di lui le rotaie del deposito delle ferrovie nord, di fronte a lui la lunga sopraelevata, l’immagine sfumata dalla nebbia, un biancoenero perfetto (tutti i milanesi, si sa, si chiedono perche’ sia stata inventata la pellicola a colori, ma e' un altro problema). L’inverno pare freddo nonostante l’autunno sia stato molto caldo. E’ tanto freddo che le caldaie sembrano scoppiare, e la’ nella piazza sedici morti li benedice un cardinale. C’e’ questa scena assurda della fila di bare di fronte al duomo. Poi le cose si complicano: c’e’ un ballerino che viene arrestato: e’ il mostro e Vespa lo annuncia al tg. Gli anarchici sono tornati? e’ il terrore E verso Montenapoleone e via della Spiga le donne per bene lo ripetono, che ci vuole ordine e dove si andra’ finire con ‘sti fannulloni che vogliono sempre scioperare, e di libero amore fan professione. E pure i preti rincarano la dose e hanno nostalgia dei comunisti, quelli si limitavano a mangiare i bambini, dicono, questi anarchici sono degli invasati. Altri se ne stanno nell’ombra, e pare si siano tolti il cappello (prima di fare questo macello). E in tutto sto sguazzabuglio di sangue e reazione, il nostro ferroviere viene portato in questura, in Fatebenefratelli, appunto. E’ conosciuto, e’ un anarchico. E quella sera a Milano era caldo, e Calabresi nervoso fumava e tu Lograno apri un po’ la finestra.. e sciur questore, io ce l’ho gia’ detto e lo ripeto ghe sun innucent, anarchia non vuol dire bombe ma giustizia nella libertà; e poche storie indiziato P., il tuo amico Valpreda ha parlato e lui l’autore di questo attentato e il suo complice certo sei tu; impossibile grida P.: un compagno non puo’ averlo fatto, l’autore di questo misfatto tra i padroni bisogna cercare; e stai attento indiziato P.: questa stanza e’ gia’ piena di fumo e se insisti noi apriam la finestra e quattro piani sono duri da fare. E l’hanno ucciso perche’ era un compagno, e non importa se era innoncente: era anarchico e questo ci basta, disse Guida (il fascista questor).. E quella sera a Milano era caldo, ma che caldo, che caldo faceva, e’ bastato aprir la finestra e una spinta e Pinelli casco’. Dopo i titoli di coda si vede la Banda degli Ottoni a Scoppio che suona e canta Luna rossa, sono vicino ad un’aiuola, dietro di loro la bancadell’agricoltura, davanti a loro il comando centrale dei vigili urbani, poi la camera zumma su una lapide che e’ stata messa li’ chissa’ quando, li’ nel prato, da vent’anni credo, una lapide in marmo, abusiva, che dice cose che dovrebbero valere una querela, ma che nessuna autorita' ha mai avuto il coraggio di togliere, anzi, ora che hanno fatto i lavori l’hanno semplicemente spostata di qualche metro. E’ dedicata a “Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico, ucciso innocente nella questura di Milano il 15 dicembre 1969”.

postato da: casaruben | 13/01/2004 19:37 | commenti (1)

sonic.p wrote:

THE STROKES LIVE AT ROME

Palacisalfa, 18/12/2003

Lasciando stare la vergognosa esibizione di Har Mar Superstar (una specie di Peaches versione maschile ma con pancia, capello lungo ma con calvizie, che canta su delle basi orrende, che ha fatto uno spogliarello sino a rimanere in mutanda rossa, che ci ha mandati tutto il tempo a quel paese e noi oltre a tenere alzato "tutto il tempo" il nostro bel ditino centrale gli abbiamo lanciato di tutto, persino centesimi di euro e io a chiadermi chi é stato cosi itelligente da far aprire un concerto rock a uno cosi, che ....) passiamo direttamente alle vere "superstar" della serata... signori e signorine... THE STROKES!!! questi 5 ragazzuoli hanno un'energia di una contagiosità anormale! Rendono tutti i pezzi, e dico tutti, come se fossero pura energia che loro danno a noi pubblico e noi la restituiamo a loro muovendoci tutto il tempo come le liniette del nostro equilizzatore grafico dello stereo. Su tutti Casablancas e Hammond, sono loro Gli Strokes, non stanno fermi un minuto e ridono sempre, Valensi/Fraiture/Moretti sono troppo mosci per suonare in un gruppo di ROCKNROLL... Ma veniamo ai pezzi, alle canzoni... é bastata un ora (22/23) per deliziarci con quasi tutto il loro intero repertorio (non hanno fatto tra l altro, aimé per me che la adoro, is this it...), le canzoni si mischiano alla perfezione, vecchie e nuove, le une con le altre, creando un flusso sonoro senza nessun intoppo o sbavatura, The Modern Age é stata una mazzata di puro RocknRoll, Soma cantata da tutto il Palacisalfa con i brividi alla schiena, Someday una sterzata di allegria liberatoria, Last Nite un boato! Accolta da tutti noi con una carica sorprendente, le sorprese sono venute con Alone Together, New York City Cops, Take it or leave it, dove é spuntato l animo piu Stoogessiano degli Strokes... le hanno rese ancora piu veloci é cattive!!! di altrettanta potenza sono state Reptilia, Meet me in the bathroom, The end has no end (stupenda secondo me), un po di riposo arriva con Autamatic Stop, e il crollo del Palacisalfa al coro di 12.51, e del sano divertimento all ascolto di Between love e hate e di Under Control. Peccato solo che il Palacisalfa non abbia una buona acustica, sarebbe stato molto meglio al Palalottomatica, ma era occupato dallo zio Elton... mentre l Auditorium dal nostro Alex, e addirittura l Init dagli Ulan Bator !!! Tutti il 18 se so decisi de sonà!!! Per i curiosi, sappiate che i due bravi Strokes chitarristi si alternano ai solisti, in alcuni pezzi esegue il solo il mitico Hammond e in altri il bel Valensi, Fraiture suona il basso con il plettro, durante il concerto abiamo alzato un coretto a Moretti... gridavamo Fabrizio, Fabrizio, Fabrizio,.... e a lui é piaciuto..., Casablancas si é buttato fra di noi e noi non lo volevamo piu lasciare...le magliettine in vendita sono andate letteralmente a ruba sia le originali dentro che le taroccate fuori,il pubblico era esattamente metà e metà, cioe femminile e maschile, gli Strokes dal vivo sono ancora piu carini che sulle foto, isomma.... per chi non c era si é perso una serata stupenda, magnifica, spettacolare, fatta di Buona Musica, brava gente, e come si dice in questi casi... it s only rock n roll but i like it!!! sonic.p

postato da: casaruben | 13/01/2004 19:37 | commenti (7)

Il_vile wrote:

Lost In Traslation ovvero: ma chi e' quel coglione che ha intitolato la versione italiana L'amore tradotto!!! Meglio.Decisamente meglio delle vergini suicide.Coie' la Coppolina cade sempre in tentazione di giocare con gli stereotipi senza smascherarli, ma stavolta l'irrisolutezza della composizione mi sembra invece piu' vicina ad una oculata,dolce e trasognata semplicita'. Lost in traslation mi e' piacouto molto, per essere un occhio spalancato su una delle piu' angosciose risorse dell'essere umano: la solitudine. E soprattutto di quel magico paradosso difficile da gestire in una narrazione che e' un incotro di due solitudini. Due solitudini diversissime.La cosa sorprendente e' che non e' affatto un film desolante,nonostante il finale insegue se stesso, in un certo senso mancandosi, e i personaggi non si autocompiangono affatto.Anzi.Il film si "sente" proprio quando sono sul punto di farlo, e il film,in un modo o nell'altro,ti dice di guardare altrove, di fare attenzione ad altre cose.I due protagonisti su tutti.Beh, e' fatto appena di tre personaggi questo film.Bill Murray e' stralunato al punto giusto,mi perdevo in ogni smorfia affascinato (durante le riprese dello spot volevo un whisky...).Scarlett...beh,Sardo...dillo tu...E poi c'e' Tokyo.Come te la aspetti.Come una metropoli qualsiasi,o come summa della metrolpoli contemporanea, e insieme qualcosa di piu'.Un "fuori" perfetto rispetto all'interiorita' dei personaggi in carne e ossa.(anche troppo perfetto).E' un film semplice.Alle volte ingenuo.Ma perche' non riesco a fargliene una colpa? Ultima cosa: immagino ci sia un motivo per cui ho amato davvero questo film: finalmente vengono usati in un film,come colonna sonora, e in maniera splendida due delle mie canzoni preferite in assoluto.la finale "just like honey" che iniziava Psychocandy capolavoro dei Jesus and Mary Chain e la sfuocatissima "Sometimes" dei My Bloody Valentine di Kevin Shields, il quale, non si fa piu' vedere(non pubblica dischi da una manciata d'anni) ma c'e'.E qui, con mia somma sorpresa, firma l'intera musica originale del film. Punti in piu'.

postato da: casaruben | 13/01/2004 19:30 | commenti (1)