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giovedì, marzo 25
Si lo so non attira molto. Comencini...mah...la Braschi ci ha sempre deluso..sul lavoro...sul mobbing..cinema sociale..du palle...E invece Mi piace lavorare e' un film coi controcoioni. Il principio della riflessione non e' altro che l'andare al cinema. Uno degli esempi piu' clamorosi di evasione, di loisir, il tempo libero per eccellenza perdendosi nel buio di una sala, in una storia a questo scopo congeniata. In particolare quel pomeriggio non avevo un cazzo da fare. E poi a 3 euro... Ecco portare nelle sale un film sulla tortura e sul ricatto del lavoro nelle sale e' coraggioso ed e' coraggioso anche decidere di passare cosi' il proprio tempo. Coraggioso, ma ben ripagato. Il tema del lavoro, visto dal didentro, in quanto tale, in quanto spazio di produzione e alienazione e' , per antonomasia, dall'altra parte, dietro, l'occhio cinematografico. La professionalita' che produce, i meccanismi della produzione e quelli della subordinazione lavorativa sono in un legame ambiguo con il cinema. Vengono costantemente elusi, obliati, ne viene negata l'esistenza il peso. Eppure (quasi) tutti hanno un lavoro, e ne riconoscono le dinamiche specifiche. Cosi' come tutti amano. Cosi' come tutti vivono le proprie paure. Da un altro punto di vista, cosa ti riprende Lumiere in una delle primissime utilizzazioni del nuovo mezzo? Operai che escono dalla fabbrica. Attenzione. Non entrano, escono. Il lavoro e' finito. Si torna a casa, a qualcosa di comodo e rassicurante, perche' sappiamo che sta la'. Un po' come funziona lo schermo. Sin dall'inizio il cinema deve, non intenzionalmente, programmaticamente, ma ideologicamente negare il lavoro, perche' esso stesso e' lavoro, o piu' precisamente e' industria. L'industria e' quell'apparato che cancella i segni del lavoro sul prodotto trasformandolo in merce. Privandoci della visione di quel mondo il cinema, come industria, mercifica il nostro contatto sociale con il tempo libero. Le due cose vengono separate, distinte, come se chi produce fisicamente non fosse anche il consumatore egli stesso. Le cose stanno cambiando? E' vero il cnema rivela sempre di piu' se stesso. Il film sempre di piu' si presenta come tale, si fa riconoscere. Svela i propri meccanismi come nudita' seducenti. Ma si tiene ancora lontano dai margini. La protagonista di Mi piace lavorare subisce quell'alienazione contemporanea che prende il nome di mobbing. Non e' solo una vessazione psicologiaca, ma mette in luce anche nuovi fratture sociali, nuove dinamiche di spartizone del sè. La protagonista viene spossata relegandola a mansioni inutili, estenuanti e messa al centro dei conflitti interni di una azienda. Il fatto che lei non avesse una vita sociale fuori dal lavoro la rende vulnerabile. Il lavoro che fa, da produttivo diventa(viene fatto diventare dai nuovi manager...) improduttivo o addirittura dannoso per l'azienda. Lo scopo e' quello di scavalcare gli impicci legali del licenziamento portando alle dimissioni. Proprio perche' i due ambiti separati hanno una funzione ideologica (il mito del lavoro creativo, anche se esiste, e' sempre un mito) il non essere produttivi, occupare il proprio spazio lavorativo senza produrre nulla, invade di apatia la vita privata, gli affetti. La stanchezza cronica del non fare che non mi da diritto di consumare. E questo consumare e' ipertroficamente esteso all'ambito familiare, a tutto quello che puo' darci piacere. L'affetto di una figlia, uscendo da questa logica, riesce a ribaltare la situazione. Ok mi sto dilungando...Ve lo consiglio insomma...oddio ci sono delle cose insopportabili, di sentimentalismo becero e situazioni multiculturali che potevano essere inserite meglio nel discorso...ma la Braschi e' (sorpresa delle sorprese) assolutamente eccezionale e il resto del cast ottimo (anche se stride un po' con il modo di recitare della Braschi...) a parte la ragazziana che e' la figlia della Comencini...Ma soprattutto, il progetto si avvale di una delle colonne sonore ORIGINALI piu' belle che io abbia sentito da anni. Opera di un certo Gianluigi Trovesi (che ho gia' sentito nominare) rispolvera i fasti di un'arte in cui eravami, noi italiani, maestri assoluti. So che ve lo perderete, d'altronde io l'ho visto per caso...io sto qui solo a dirvi che e' un peccato... postato da: il_vile | 25/03/2004 14:34
| commenti domenica, marzo 21 Ho trovato in rete un pezzo che mi sembra contenere alcune osservazioni condivisibili; l’ho tradotto in italiano modificando e tagliando qua e là perché alcune cose non le sopporto, kan mem a chi interessa eccolo: Burton Fish and the Five Triers, di recensione in recessione di miss Anne Abhim Per una categoria di persone alla quale appartengo, Lars von Trier rappresenta il masochismo; sostanzialmente il suo problema è che è noioso e che nonostante questo i suoi film sono lunghissimi. E’ il masochismo perché finiamo sempre per ricaderci ed andarlo a vedere. Basterebbe restarci alla larga. Sarà che poi si vuole avere qualcosa da dire a chi ce ne parla entusiasti? sarà che vogliamo capire da dove possa nascere tanto entusiasmo? sarà che poi non è difficile riconoscere che d’idee geniali e di savoir faire tecnico non manca? sarà, ma poi questa nostra categoria si rigira sulle poltroncine che inevitabilmente si fanno scomode e si lascia seppellire dalla noia, dal moralismo mal travestito delle Onde del destino, dagli ascensori posseduti del Kingdom... Cosí sono andata a vedere ‘Five obstructions’, spinta dal mio masochismo ma anche da alcune sottili speranze: non è un vero film, l’ha fatto insieme a Jorgen Leth (il cui nome forse non dice niente, ma pur sempre non è quello di Lars von Trier). Poco meno di una settimana più tardi ho visto ‘Big fish’ di Tim Burton. Ovviamente dentro alla sala c’ero stata sospinta da ben altre motivazioni, ovviamente sono uscita dalla sala con impressioni ben diverse. Completiamo il triangolo: ‘Gerry’ di Gus Van Sant, balzato alla ribalta per ‘Elephant’. Rendiamolo un quadrato: ‘El verdadero Penumbro’ di Amanda Trasnochadora. ‘Gerry’ è un film senza storia, che poi sarebbe come dire che si avevano due bravi attori, si avevano gli splendidi paesaggi della Death Valley, si avevano i soldi, delle indubbie capacità tecniche, qualche scena già in testa e soprattutto la volontà di fare un film – ma la storia non c’era, e non c’era il film, non c’è neppure quando viene proiettato. Questo è lo spigolo basso del rombo, perché, come direbbe un geometra, il quadrato è un po’ storto. Altri due spigoli: ‘Big fish’ che è un film sul raccontare delle storie, come è stato giustamente detto. ‘Five obstructions’ che è un film su come raccontare una storia. ‘Five obstructions’ non mi è dispiaciuto, anzi; non è un vero film, e questo può andare a suo merito; in breve: von Trier sfida il regista Jorgen Leth a rifare per cinque volte un corto che Leth stesso aveva girato nel ’67. Per ognuna della cinque versioni von Trier gli impone delle condizioni tecniche che lo sfidante deve rispettare. Il film è la storia di questa sfida, i dialoghi tra i due registi, dei backstages, i cinque corti e degli spezzoni del corto originario. E’ la dimostrazione che l’arte di raccontare non nasce dalla libertà della fantasia più che dalla autocostrizione in cui l’invenzione prende forma. Il non-film si fa vedere, diverte; bisogna sopportare la presenza egocentrica di von Trier e si fa a volte didascalisco, ma dall’altra parte è davvero il minimo che ci si deve aspettare dal danese. Ci si può domandare quanto sia reale e quanto sia tutta un’invenzione, ma è meglio farsi inghiottire senza troppe questioni. E l’ultimo quarto d’ora, la quinta costrizione, dimostra in larga parte quanto l’intero film sia una masturbazione intellettuale del von Trier. Un’estrazione di piacere dall’atto meccanico, l’impossibilità di dimenticare che si è di fronte ad uno schermo, la volontà stessa di ribadirlo continuamente. Ed ecco allora che a guardare verso l’altro spigolo del cubo, verso il nebbioso fiume del grande pesce, se ne vede sempre più chiaramente la grandezza. Tutto quello che von Trier ci dice, Burton lo tace. Von Trier spiega abilmente come si racconta e cosí facendo arriva a raccontare qualcosa (la masturbazione è innegabilmente piacevole). Burton fa un film raccontando il raccontare. Due mises en abîme che procedono in senso contrario. La prima prepara la seconda: von Trier ci mostra quanto l’esplosione di libertà creativa di Burton non sia che apparente, Burton realizza questa apparenza. E’ un delirio controllato in cui ogni elemento sta al suo posto e per questo ci sembra realmente delirante. E nell’ordine fa rivivere il disordine del reale, e del fantastico che è reale per il solo fatto che siamo noi ad immaginare realmente. Un comune cittadino medio americano, un commesso viaggiatore. Il padre s’incazza giustamente di fronte all’incapacità del figlio di vederlo in ció che racconta? La libertà finale nell’essere raccontati come si sarebbe voluto raccontarsi. Che resta? che in realtà non dovrei essere io a scrivere queste cose. E’ che un mio amico, ieri, bevendo un caffé, mi ha detto che avrebbe voluto scrivere delle righe sul film di Burton. Qual è il problema, gli faccio io, visto che era appena uscito dal cinema. Il fatto è, mi risponde lui, che non c’ho capito molto. Mi fa una faccia strana che io non capisco s’è incazzato o divertito, e prende a raccontarmi delle cose che ormai succedono al cinema e uno non riesce più a vedersi un film in santa pace. E’ di quelli che mal sopportano le chiacchere e sclerano al primo telefonino. Ha ragione direte, certo! e stavolta è andata anche molto peggio: innanzitutto appena si spengono le luci, gli si siede proprio davanti un uomo immenso, per giunta col cappello e il collo storto. Fortuna che di fianco a quello c’è un uomo minuscolo che, a parte lo strano vizio di grattarsi l’orecchio col piede, non sembra dar fastidio. Ma due file più avanti, l’unico spiraglio che gli permetterebbe di vedere lo schermo passa per due cinesi che tengono le teste vicine, manco fossero siamesi. Eppoi aggiunge il mio amico, ci mancava solo una bambina che riesce a sfilarmi le scarpe e scapparsene via.. e solo in quel momento mi accorgo che il mio amico, comodamente seduto in un caffé del quartier latin in compagnia di una donna raffinata quale sono io, è a piedi scalzi. Ma questa è una storia che sarebbe lunga da raccontare; ha che vedere con quella del Penumbro che lasció un circo seduto dietro un pickup per emigrare in Lituania, inseguito da una regista cilena che voleva chiuderlo in un film. Il Penumbro l’ho conosciuto ad Amburgo, lavorava nel porto e non riusciva a smettere di tossire. ‘Dovresti iniziare a fumare’ gli dissi e lui mi guardó come va guardata una ragazza vestita di nero sulla banchina di un porto industriale che se ne esce con una tale balzana idea. Ma Amanda Trasnochadora si mise ad urlare e ci fece ripetere la scena per l’ennesima volta. Il mio amico scalzo allora si alzó e decise che era ora di riprendere la sua bicicletta e di salutarvi, andandosene senza mani per le strade del porto attento soltanto a non infilarsi in una rotaia. E non è di quelli che verrà alla festa per la première del film. ‘El verdadero Penumbro’ di Amanda Trasnochadora uscirà per l’estate, o un autunno, tanto le stagioni non sono più quelle di un tempo. Lui, il mio amico scalzo, sicuramente andrà a vederlo. postato da: chienSabe | 21/03/2004 09:25
| commenti (2) venerdì, marzo 19 Coffe and Cigarettes A bruciapelo: meglio Coffee and Cigarettes o Daunbailo'? Mah...boh...non lo so...che importa? A me Coffee and Cigarettes e' piaciuto da morire. In effetti mi sembra che quello dei piccoli episodi, dei frammenti di incroci intercettati e scongelati dalla mdp sia una formula piuttosto congeniale alla poetica di Jarmush. E' un cinema fatto di situazioni, di una surrealta' compatta, dei vicoli ciechi che, a volte, inserita in un apparato narrtivo potrebbe diluirsi. Si tratta di corti filmati dal 1984, quindi nell'arco di vent'anni, per cui e' davvero sorprendente la capacita' di mantenere una cifra stilistica cosi' ben delineata, toccando, al contempo, infinite (s)faccettature. Macchina da presa fissa, campo e controcampo equell'inquadratura perpendicolare dall'alto sull'inevitabile tavolino di fondi neri e cicche fumanti a livello formale e il piacere di gustarsi caffe' e sigaretta in compagnia forniscono il filo d'unione. Ma non solo questi elementi. Il bianco e nero non funziona di per se. Permette di giocare con la luce e i volti. E' il cinema che piace a me. Fatto di facce, di espressioni, di apertura di senso. Saper scavare nei volti fino nel profondo, saperci adattare sopra un'anima come un cellofan aderente. Non a caso, credo che Jarmush scelga certi volti. Le infossature vertiginose di Iggy Pop, il profilo tortuoso di Benigni e la pelle accidentata di Bill Murray, gli occhi a palla di Steve Buscemi. Meg White (dei White Stripes) diventa una musa silenziosa e seducente, un fantasma di luce, Cate Blanchett che personifica il bianco e postato da: il_vile | 19/03/2004 13:44
| commenti (2) mercoledì, marzo 17
postato da: il_vile | 17/03/2004 12:33
| commenti (5) martedì, marzo 16
No. Ve lo dico subito. Big Fish e' molto molto di piu'. Pero' nei primi minuti il sospetto (pericolo..) c'era.L'inizio del racconto della vita di Edward e il mondo magico che abita, potrebbero far pensare... Poi c'e' un parallelo divertentissimo da fare (ci si potrebbe scrivere un libro intero) con Le Invasioni barbariche alcuni punti di contatto nell'idea sviluppato in modo completamento diverso anche cinematograficamente. Eppure due genialate. Poi Big Fish prende una strada tutta sua. Avverti quella sensazione di dilatazione di tutti i tuoi sensi tipica (oltre che delle droghe piu' efficaci...) di un mondo che prende forma intorno a te. E di cui sei invitato a far parte nel modo piu' dolce e coinvolgente. Si perche' questo mondo non e' fatto altro che di storie. E' un infinito raccontare e' un film che non si limita ne' a spiegare, ne' a far vedere, ma forse li disdegna entrambi perche', di fatto, non gli basta neanche raccontare. E' un film sul raccontare storie. Quell'immenso potere dell'orchestrazione della nostra fantasia che ha legami cosi' profondi con la realta' che a volte ci conviene credere che le due dimensioni siano separate. E' un film sul raccontare dunque. Per cui niente di strano se la storia non e' granche' in se e per se. Ma e' come la racconti. E il "come" e' esattamente la storia stessa. Questa macchina di affabulazione, di deformazione onirica del reale che e' il cinema sin dalle sue origini. Burton e' tra quelli che usano il contatto tra il genio e la lampada (la macchina) per far (ri)conoscere i sogni con la realta'. Un impianto narrativo che ci permette di scavalcare vari piani di lettura, il cui centro, piu' che lo snodo del plot, rimane l'immagine. Quando parliamo di immagine in film come questo, forse, bisogna considerare qualcosa che va oltre, ma comprende, l'inquadratura (assolutamente splendide, impeccabili) e i movimenti di camera come strumenti cinematografici. E' esattamente la cura per i dettagli a rendere le immagini di questo film delle storie incredibili.(una per tutte, quando Edward vede la sua lei x la prima volta e, classico, si ferma il tempo, ma per raggiungerla deve
postato da: il_vile | 16/03/2004 15:04
| commenti (3) domenica, marzo 14 Damien Rice all'Horus club E adesso magari vi dovrei spiegare che musica e' quella di Damien Rice?! Non che sia difficile descriverla. Ballatone intense e struggenti da una voce angelica e suonate come Dio comanda. Assolutamente niente di originale, nuovo o mai sentito. Tanto che per rintracciare le radici basta una famiglia. Tim e Jeff. (Buckley, ovviamente). L'approccio secco, piu' deciso e studiato della voce e un accompagnamento piu' scarno e dimesso evoca naturalmente l'anima di Tim per quanto riguarda il disco in studio, l'elogiatissimo "O" di cui, confermo, e' impossibile non innamorarsi. Stesso piglio conreto, levigato e allo stesso tempo profondissimo. Sul palco pero' si reincarna in toto Jeff. L'energia di certi arrangiamenti, l'isteria del raccoglimento i suoni elettrici che saturano e l'acustica pizzicata appena che sprofonda nella sua gola. L'impatto e' devastante. No, dunque, non e' difficile rintracciare i confini, le linee di questa musica. La cosa difficile e cercare di descrivere le sensazioni, le emozioni che certa musica ti fa crescere dentro, come un infinito schiudersi di ali che non si apriranno mai. Ma andiamo con ordine. L'apripista, tal Josh Kitten, si segnala per una somiglianza impressionante con Nick Drake (altra lucina che stanotte vibra) in giacca e cravatta, per una manciata di canzoni piacevoli e un sorriso che mette di buon umore, ma soprattutto per quella canzone che ha voluto dedicare al compianto Johnny Cash e che ha preteso di suonare senza microfono e con chitarra classica. Nonostante durante la canzone molti intimassero il silenzio intorno al banco bar, vi giuro, il chiacchiericcio e quella canzone sussurata e sofferta creava un'atmosfera deliziosa, infastidita dai continui ssstt del pubblico piu' intransigente. Tra uno spettacolo e l'altro noto la varieta' del pubblico e che tante ragazzine canticchiano Cannonball a memoria. Brutto segno. Ma, non faccio in tempo a rammaricarmi (e neanche a svincolarmi da sti due colossi che mi ritrovo davanti x tutto il concerto...) che Damin arriva. E' subito Delicate la canzone che apre l'album. Si descrive da sola, momento magico sicuramente, ma...cazzo, e' uguale al disco! Ora, mai timore e' stato fugato con piu' veemenza. Il resto del concerto ha delle code psichedeliche e delle fughe chitarristiche del miglior Buckley. Cheers darlin'/Eskimo e I remember vengono completamente trasfigurate dalla forza dirompente degli strumenti. Damien gioca con il delay e mette in loop la sua chitarra e la sua voce, proponendo degli intrecci meravigliosi, un intessitura sopraffina e quel violoncello...quel violoncello suonato da una lei che sembra svogliata e sorridente e invece entra come una lama rovente a sottolinare e amplificare i momenti piu' intensi. In particolare I remember ha una forma tutta sua. Damien racconta in uno spassosissimo siparietto come e' nata la canzone parallelamente ad una storia d'amore e come in lei convivano due anime. Il problema e' che manca Lisa. Chi e' Lisa? Lisa Hanningan...beh nessuno lo sa di preciso...e' la tipa che canta anche sul disco. Voce identica ad Aimee Mann, appena appena piu' dolce. E' tornata in Irlanda (ah...gia'...Damien e' irlandese, ma, come ha detto in tutte le interviste..ama la Toscana..evvabe'...) e se Lisa non c'e' lo spettacolo, per quanto mi riguarda e' dimezzato. Comunque si va avanti. Lui e' simpatico e le canzoni sempre intense. Ogni tanto il batterista perde un colpo. Amen. Pero' da buon Alternativoide mi iniziano a venire su i dubbi...esattamente con Cannonball la canzone che gira per le radio (in radio-edit...cioe' con quella bella batteria sotto...) e ,confesso, guardandomi intorno, quelle infinite labbra sottili e gli occhi luccicanti che la sussurravano mi sono un po' alzato sopra a tutti (i colossi erano sempre li') e ho provato a schifarmi, ricordando anche che Laura mi aveva fatto notare la somiglianza della strofa di Cannoball con una canzone dei Backstreet Boys!!(!!!)....beh, non ci sono riuscito. Tutto troppo, troppo emozionante. Sono precipitato giu', insieme a tutti gli altri a sussurrare "It's hard to fall..and i don't' wanna loose..." (ah, si, dimenticavo...i testi fanno cagare...). I bis avrebbero fugato ogni dubbio. (Parentesi. Quanto ho amato Grace, il disco di Jeff Buckley! e voi sapete che il modo migliore di omaggiare un'opera e' darle un significato, fare finta che da li', da quando ho ascoltato Grace, qualcosa, nella mia vita, e' cambiato per sempre. Convivo con quest'illusione. Poi Jeff e' andato. E Grace e' diventata un'immensa diga allo scorrere del tempo, quel suo maledetto scorre sempre in un'unica direzione...e una volta esiteva una voce in grado di fermarlo...una volta, io, sognavo di assistere al miracolo...di vedere un concerto di Jeff Buckley. In alcuni momenti, stasera, mi e' stato ragalato un buon surrogato di quel sogno..), Jeff...ehm...Damien...ha preteso che tutte le luci in sala e sul palco fossero spente. Solo candele ai bordi del palco. E, ovviamente, la canzone che preferisco Cold water ci e' andata a nozze...splendida,intimissima e,incredibile, anche senza Lisa.... La sensazione che fosse tutto troppo facile era sul punto si svanire. Ma lui ha voluto fare lo sborone. Ma perche'? perche' fare Halleluja stupefacente canzone di Leonard Cohen resa immortale da Jeff Buckley? Era tutto teatro. Anche la bellezza? Non so. Odio quando si liquida un'artista dicendo copia questo o copia quello, e, tutto sommato, alla fine Damien Rice non ha copiato un bel niente, ci ha messo tutto se stesso con alcune sfumature davvero originali...ma mi sono fermato a pensare perche' avevo quella sensazione, perche' ero esasiato? Ho cercato qualcosa in qualcosa che e' altro? Mah. Se non avesse svelato il gioco con quella canzone ce l'avrei fatta. Il concerto finisce e vedo tutto meglio...si sono accese le luci...e pure i colossi, non erano poi cosi' grandi...e' che avevano le ali spiegate... postato da: il_vile | 14/03/2004 15:13
| commenti (2) giovedì, marzo 11
diceva mio padre, "ma è l'unico modo che ho trovato per non morire giovane". Augurì monsieur il_vile! postato da: giogiogio | 11/03/2004 09:25
| commenti (2) venerdì, marzo 05 Lalli in concerto Lalli e' ai piu' sconosciuta. Perche' era la voce di una delle band piu' originali degli ottanta italiani, i Franti, e perche' distribuita dal Manifesto (che pure tanta bella roba mette in giro...). Mi sono avvicinato a lei nel piu' classico dei modi. Ascoltato un pezzo (Samira piccola, canzone splendida...) in una compilation e, trovato il cd a 8 neuri l'ho preso al volo. Una sequenza di gioielli, intimi, preziosi e commossi. All'improvviso nella mia stanza e' un dischetto delizioso e intensissimo. Veramente un piccolo miracolo di ispirazione e di qualita'. Su tutte svetta la "famosa" Testa storta che ovviamente famosa non e' ma che era stata scritta appositamente per il film "Preferisco il rumore del mare" di Mimmo Calopresti e che, a sentire in giro i giudizi di chi, come me, ha amato questo disco, e' capace di stregare. I testi sono poi il punto forte dell'artista. Dolci, ma energici, di una forza naturale e concentrata nelle sfumature della voce, piccole immagini diffuse e frastagliate che, come delicatissime pennellate, dipingono un testo coerente e sapientemente sfuocato, descrivendo situazioni e luoghi lontani, ma lasciando gli spazi aperti per inserire noi stessi, la nostra lettura. Cosi' oggi non potevo perdermi il piccolo, intimo concertino alla Feltrinelli. Accompagnata solo dal chitarrista Piero Salizzoni ha presentato qualcosa da All'improvviso nella mia stanza piu' altre piccole gemme.Lei vive in un mondo tutto, suo fatto di quegli occhi lucidi e quelle rughe profonde che le dona la dolcezza di qualcosa di antico, di impreturbabile serenita', un mondo fatto di gesti plateali e sorrisi accesi, di voci in fondo all'anima da liberare. Uno spettro. Le canzoni hanno perso quegli arrangiamenti che erano uno dei punti di forza dell'album(e la coordinazione voce-chitarra non funziona sempre...), ma hanno guadagnato con la presenza scenica di questa piccola strega sorridente che ti invitava a mordere le sue rosse e succose canzoni. Una canzone dedicata al padre davvero splendida ha aperto il concerto. Poi una poesia di Pavese musicata da nonsochi, e una canzone argentina di nonsochialtro. Poi Testa storta (pure il tipo accanto a me con in mano la compi di SanRema sembrava atterrito) e poi altre due o tre del disco. Per chiudere, la canzone che chiude l'intero lavoro Ballo lento sulla quale vedo ogni volta le immagini al ralety di un documentario che (chissa') un giorno HH fara'....Un'oretta neanche. Poi il sangue ha proseguito il suo corso. postato da: il_vile | 05/03/2004 21:34
| commenti (3) martedì, marzo 02 |
postato da: il_vile | 02/03/2004 21:33
| commenti
ESTRELLA DAMM • PRIMAVERA SOUND FESTIVAL 27, 28, 29 maggio 2004 • BARCELLONA (Spagna) Nello splendido scenario del Poble Espanyol, una ricostruzione di un tipico villaggio medioevale spagnolo, proprio al centro di Barcellona, e nella rilassante location dell’ex mercato dei fiori (poco distante dal Poble Espanyol), anche quest’anno si svolgerà il Primavera Sound Festival, evento ormai consacrato come meta “obbligata” per tutti gli amanti del rock di qualità e dell’elettronica (da quella più ricercata a quella più ballabile).
Poble Espanyol / Mercat De Les Florscon
Pixies • Pj Harvey • Primal Scream • The Human League • Liars • Matmos • Mudhoney • Elbow • James Chance & The Contortions • The Fall • Plaid • Prefuse73 • Dizzee Rascal • Chicks On Speed • Franz Ferdinand • Michael Gira • Miss Kittin (Dj) • Wilco • Willard Grant Conspiracy • Xiu Xiu • David Holmes (Dj ) • The Divine Comedy • !!! • Dominique A • 12twelve • A Touch Of Class Dj´S • Alexander Robotnick • Ascii.Disko • Atom Rumba • B. Fleischmann • Benjamin Biolay • Black Strobe • The Bug • Chucho • Colder • Cristian Vogel (Dj) • Dayna Kurtz • Devendra Banhart • Dj/Rupture • Dominique A. • Edison Woods • Erol Alkan (Dj) • Electrelane • Fannypack • Ferenc • Fernando Alfaro & Nacho Vegas • Funk D´Void • (Dj)Ginferno • The Glimmer Twins (Dj) • The Hidden Cameras • Humbert Humbert • Jason Forrest/ Donna Summer • Julie Delpy • Julie Doiron • Kid 606 • La Buena Vida • Las Perras Del Infierno • The Ladybug Transistor • Lloyd Cole • Lluís Llach • Love Of Lesbian • Luke Slater (Dj) • Marco Passarani (Dj) • The Modernist • Nina Nastasia • Numbers • Pat Macdonald • Pretty Girls Make Graves • Ruper Ordorika • The Russian Futurists • Rhythm & Sounds • Scissor Sisters • The Stills • Technasia (Dj) • Veracruz
postato da: il_vile | 02/03/2004 21:04
| commenti (4)
| IL SUPER DONATORE DI SPERMA È DANESE | |||
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Si chiama "Finn", ha gli occhi azzurri, è alto un metro e 80 e ha già venduto 180 provette |
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ROMA, 2 mar - L'identikit dell'inseminatore ideale è ormai tracciato: è DANESE, ha gli occhi azzurri, è alto 190 centimetri e pesa 81 chili. È il ritratto di "Finn" il donatore di sperma più richiesto alla più grande banca dello sperma, la Cyro Bank, che produce 10mila porzioni di sperma l'anno e può contare su una clientela disseminata in 40 nazioni, con un fatturato dell'ordine di 1,3 milioni di euro. Fino aggi "Finn" ha venduto 180 dosi del suo richiestissimo liquido seminale. A rivelarlo è il quotidiano milanese "Libero". |
| attualità - news2000 | ||||
Beh Danese...io lo sospettavo...chissa' quanti piccoli danesini in giro per il mondo...il tuo piano sottosuolo per diffondere la razza ariana e' un po' mefistofelico, ma visto che si sono messe da parte le manie di grandezza di un tempo, ha un che di tenero. Grande Danese, pardon...."Finn"...
postato da: il_vile | 02/03/2004 13:56
| commenti (2)