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giovedì, aprile 29 Kill Bill vol 2
postato da: il_vile | 29/04/2004 01:31
| commenti (4) mercoledì, aprile 21 Giù le mani da mio Figlio!'La Passione' è un film che vuol guadagnare molto denaro offrendo tanto sangue e tanta violenza da far apparire 'Pulp Fiction' un cartone animatodi Umberto Eco Non è un film religioso. Del messaggio di Gesù sottintende con disinvoltura quello che si è imparato per la prima comunione, i suoi rapporti col Padre sono isterici e assolutamente laici, potrebbero essere quelli di Charlie Manson con Satana, ma persino Satana manca di maestà, appare qua e là sghimbescio travestito da frocetto, e di fronte a tanto spargimento di globuli rossi alla fine ci rimane male anche lui. D'altra parte l'immagine meno convincente è quella finale della Resurrezione, più da Notte dei Morti Viventi che da pittura rinascimentale. Della sublime reticenza dei Vangeli questo film non ha nulla, mette in scena tutto quello che essi tacciono per lasciare i fedeli alla meditazione silenziosa del più grande sacrificio della storia. Là dove i Vangeli si limitano a dire che Gesù è stato flagellato (tre parole in Matteo, Marco e Giovanni, nessuna in Luca), Gibson lo fa prima battere con le canne, poi con cinghie irte di chiodaglia, infine con mazzapicchi, sino a che non lo ha ridotto come il pubblico dei MacDonald's immagina debba essere della carne maciullata sino allo spasimo, e cioè come un hamburger mal cotto. L'odio di Gibson per il Nazareno deve essere indicibile, chissà quali antiche repressioni egli sfoga sul suo corpo sempre più sanguinolento, e cara grazia che la filologia non glielo permettesse, altrimenti gli avrebbe fatto applicare degli elettrodi ai testicoli, e somministrare un clistere di benzina. Così secondo alcuni si dovrebbe provare un sano brivido di fronte al mistero della Salvezza. Sarà. Film antisemita? Se si voleva fare uno 'splatter western' (anzi 'eastern') dovevano essere chiare le parti, buono contro cattivi, e i cattivi dovevano essere così cattivi che più cattivi non si può. Ma se cattivissimi sono i sacerdoti del Tempio ancor più cattivi sono i romani, tipo Pietro Gambadilegno quando sghignazzando avvinghia Topolino sulla sedia della tortura. Certo Gibson doveva pensare che a rappresentare come cattivi i romani (che poi ce lo aveva già detto Asterix) non si rischia un incendio del Campidoglio, mentre con gli ebrei, di questi tempi, occorrerebbe procedere con maggior cautela. Ma non si può chiedere troppo a chi vuole solo servirci uno 'steak tartare' con molto pepe e ketchup. Gibson ha avuto qualche resipiscenza e ha mostrato tre ebrei e tre romani quasi buoni, colti da un dubbio (guardano il pubblico come per dire: "Ma staremo mica esagerando?"), e tuttavia persino la loro perplessità serve ad accentuare l'impressione che tutto in questo film debba essere insostenibile, e si vomiti vedendo quel che sprizza dal costato. Immaginate se Manzoni, invece di accogliere la lezione dei Vangeli, lasciandoci solo sospettare quel che era accaduto alla Monaca di Monza, con quella sublime reticenza ("La sventurata rispose"), ci avesse mostrato la poveretta mentre faceva lo spogliarello, si dava a ripetute fellazioni, si faceva sodomizzare col sapone (ultimo tango a Lecco) e sottoponeva lo sciagurato Egidio a punizioni sadomaso, indossando stivaletti russi da Venere in pelliccia. Gibson coglie al balzo l'idea che Gesù debba aver sofferto, e così come Poe pensava che la cosa romanticamente più commovente fosse la morte di una bella donna, intuisce che lo 'splatter' più redditizio sia quello in cui si mette il Figlio di Dio in un tritacarne. Ci riesce benissimo e debbo dire che, quando Gesù finalmente è morto e ha finito di farci soffrire (o godere) e si scatena l'uragano, la terra trema e si squarcia il velo del Tempio, si prova una certa emozione perché in quel momento, sia pure in forma metereologica, si intravede un soffio di quella trascendenza che al film fa sciaguratamente difetto. Sì, a quel punto il Padre fa sentire la sua voce. Ma lo spettatore di buon senso (e, spero, il credente) avverte che a quel punto è con Mel Gibson che il Padre si è incazzato postato da: il_vile | 21/04/2004 01:44
| commenti (2) giovedì, aprile 15 Il Vangelo Secindo Matteo di Pier Paolo Pasolini Strano che nessuno mi abbia fatto notare quabto tutte le mie recensioni cinematografiche si assomiglino tutte. Inizio alcune considerazioni che pero' sembrano concepite per andare a parare sempre li: il senso del cinema. O addirittura il senso dello sguardo. E' sicuramente un mio limite. Come recensore sto imparando e non sono certo un recensore competente. Pero' non ho tutti i torti. Magari mi manca un ampio vocabolario e proprieta' di lingaggio per dire le cose in modo diverso, ma la visione de Il Vangelo Secondo Matteo mi ha confermato la centralita' dell'individuazione dello sguardo soprattutto nell'inevitabile paragone con La Passione gocciolante qui sotto. Quando parlo di Ideologia dell'Eccesso nel fil di Gibson infatti, che ammorba tutto il cinema americano e che diventa indicativa degli strumenti che hanno poi per affrontare argomenti piu' sentiti, parlo di una cultura politica. Non sono mai stato contro la violenza cinematografica, anzi. Credo pero' che quando si parla di linguaggio del corpo attraverso gli audiovisivi si dica qualcosa di diverso dalla scontata empatia del dolore fisico. Per Gibson e' questo che accomuna l'essere uomo. Il dolore, attraverso il corpo. Non a caso il concetto di umanita' e' di matrice europea. Il Gesu' di Pasolini e' un Gesu' umano. Il Gesu' di Gibson e' un Gesu' uomo. Vi pregherei di prendere queste definizioni con le molle. Iniziare cosi' una discussione su un film come Il Vangelo Secondo Matteo (mi pare che sia il Morandini a considerarlo il piu' bel film di tutti i tempi), limitandone la portata e al paragone con un altro film sarebbe una follia. Vorrei piuttosto fare una coda di quanto detto in precedenza. Allora prendero' due scene dei due film. Le stesse: Gesu' catturato e portato al giudizio davanti ai "saggi" e davanti al popolo. Il Gesu'/Gibson viene umiliato e percosso, le camere (molte) scrutano l'odio e la colpa sul viso di chiunque, le accuse rimbombano e i movimenti di macchina le inseguono dappertutto coprendo tutta la pubblica piazza gremita e urlante. Stessa scena per il Gesu'/Pasolini. Ma la macchina da presa si ferma. si ferma lontana dalla scena principale,dove rimane anche il popolo, la gente comune, ad osservare. Non e' ferma la mdp. Si muove e sgomita, vuole vedere,vuole sentire. Primissimo piano sugli occhi del discepolo lucidi di lacrime. Poche urla. Il dialogo tra Gesu' e i suoi accusatori, il processo, non solo si vede, ma si sente in lontananza, un sussurro. Ecco come, a mio parere, uno schieramento di molte camere non e', infine, che un occhio solo, mentre una sola camera,lontana e distante riesce ad essere gli occhi di una moltitudine. Il Gesu' di Pasolini e', prima di tutto, un volto. Un volto tra i volti. Questa capacita' che amo del cinema e che riconosco piu' che in altri in Pasolini di cogliere la profondita' e la miseria dei volti, di volti veri, facciali, navigati da lacrime che non vedremo mai, stride esplicitamente con la mascherata di Gibson. Il volto di Cristo ne La Passione e' talmente coperto di sangue che lo scorgiamo appena. Trasuda spettacolo. C'e' un velo immenso, di fondo tinta e di sugo rosso che avvolge l'immagine di Gesu'. Quello stesso sangue e quel sudore che hanno lasciato l'unica traccia che attribuiamo (la chiesa) autenticamente al Cristo, la sindone. Pasolini ha squarciato tutto questo. Con la poesia. Non una goccia di sangue. Anzi,no, una. Ma ormai era troppo tardi. postato da: il_vile | 15/04/2004 23:31
| commenti (2) martedì, aprile 13 IL VERO SIGNIFICATO DEL FILM STA NELLA CONDIVISIONE DEL DOLORE
Carlo Freccero per Dagospia Dopo l'11 settembre, 11 marzo, la passione religiosa rischia di diventare il nuovo ordine del discorso anche a livello sociale, di dettare l'agenda politica. La politica non si fonda più sulla ragione, sull’economia, ma nella religione, con conseguenze apocalittiche. L’Islam ha liberato la passionalità di tutte le altre fedi. La ferita dell'11 settembre, inferta al cuore dell'impero, ha reinserito nel dibattito occidentale valori “pesanti” come l’integralismo religioso, il moralismo sociale, il concetto di patria e libertà. L'occidente non è oggi più musulmano, ma sicuramente più integralista e cronologicamente inserito in un’era pre-illuminista e pre-moderna dove hanno di nuovo spazio valori e categorie obsolete. In questo nuovo ordine del discorso si inserisce il film di Gibson "La passione di Cristo". Il film è sulla passione religiosa allo stato puro. Perché questa passione religiosa è così scandalosa? Perché si fonda sulla visione del supplizio che nell'etica illuminista è impresentabile, barbarico. Ed è un supplizio che ha per oggetto il corpo di Cristo, la personificazione della divinità. Solo nel Cristianesimo esiste il paradosso per cui Dio prende corpo, il Verbo si fa carne. Nelle altra religioni il divino è irrappresentabile. Il supplizio, la materialità, la carnalità, sono esclusivi del Cristianesimo, il Crocefisso ne è il simbolo. E il supplizio, la passione, sono fatti per essere visti. Se esiste una storia dell'arte occidentale ciò è dovuto alla figura di Gesù Cristo che opera una mediazione tra divino e umano rendendo il soggetto religioso rappresentabile. La nostra storia dell'arte è tutta rappresentazione del sacro. Se torniamo alle origini del Cristianesimo, vedremo che uno dei temi fondamentali era proprio la rappresentabilità del divino, la sua traduzione in immagini. Il primo a pronunciarsi in favore della figurazione fu Papa Gregorio Magno nella seconda metà del VI secolo “La pittura può servire all'analfabeta quanto la scrittura a chi sa leggere” affermò. La questione della rappresentabilità del Sacro fu uno dei principali motivi per cui la parte orientale dell'impero romano, con capitale Bisanzio, rifiutò la supremazia del Papa. Nel 754 prevalse a Bisanzio il partito degli Iconoclasti e le immagini vennero vietate. La nostra storia dell'arte non sarebbe esistita se l’iconoclastia si fosse affermata anche presso di noi. Indipendentemente dalle idee religiose la figurazione fa indissolubilmente parte della nostra cultura, dalla nostra sensibilità, della nostra civiltà. L'interdetto che colpisce oggi o colpiva fino a ieri la rappresentazione della sofferenza, è legato piuttosto ad alcune tappe del pensiero occidentale laico. In primo luogo all'interdetto del supplizio, che viene introdotto in Occidente con l’illuminismo. Secondo il Foucault di “Sorvegliare e punire” la punizione non avrà più per oggetto il corpo del condannato, ma la sua anima. Il suo scopo sarà la rieducazione del condannato. Sparisce dalle piazze l'esecuzione come spettacolo, Ed oggi percepiamo come barbarica l’amministrazione della giustizia nei paesi islamici, con pene pubbliche come lapidazione, fustigazione, mutilazioni. L'aspetto flamboyant del sacro sopravvive però nell’immaginario religioso sino al concilio Vaticano II e viene completamente depotenziato solo dall’“edonismo reaganiano”, dal consumismo degli anni '80, da una visione dei mondo votata ai consumi e non ad una visione penitenziale della vita. Nelle nostre soffitte, nelle case di campagna, possiamo ancora trovare vecchi quadri con l'immagine del Sacro Cuore. E' l'immagine della Divinità che per amore si apre a noi, espone le sue viscere, il cuore vivo e palpitante. Se non fossimo abituati a percepire quest’icona come consueta, potremmo esserne sconvolti. Questo immaginario religioso carico di passione e di colore, sopravvive solo nelle cerimonia della settimana santa quando immagini sacre costruite ed elaborate in epoche precedenti, crocefissi e statue lignee, ci ricordano il peso della sofferenza e del sacrificio nella nostra fede. Oggi quest’immaginario torna attuale. A renderlo rappresentabile hanno contribuito le stragi, la guerra, l'islamismo, la crisi dell'ottimismo e del consumismo. La prova sta nel successo dei film di Gibson. Criticato e contestato dalla critica e da una parte della Chiesa Cattolica, quella più legata ai valori del Concilio, il film sta conoscendo un successo travolgente, senza precedenti e non tanto come film, quanto coma icona della religiosità cristiana. Comunque si voglia valutare il fenomeno, questo significa une sola cosa: nel suo apparente anacronismo questo testo si rivela attuale e leggibile al grande pubblico. Ciò implica una frattura a livello dl sensibilità estetica e morale, una frattura nel linguaggio figurativo. Ritorna così il grande rimosso degli ultimi decenni; la sofferenza unita al tema cristiano, sempre rappresentato, della pietà. L'icona cristiana della pietà è la vergine Maria che regge in grembo il corpo del figlio. Del film di Gibson la critica ha sottolineato soprattutto la violenza, ma secondo me il vero significato sta nell’empatia, nella condivisione del dolore. Mentre il corpo del Cristo viene straziato c'è una rete di sguardi tra le pie donne che si pone su un piano ulteriore e restituisce al film un nuovo significato. È un film di sguardi, per farci capire la passione di Cristo, è sofferenza, sofferenza d'amore. Dagospia 07 Aprile 2004 |
postato da: il_vile | 13/04/2004 01:10
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giovedì, aprile 08
La Passione di Cristo
Quante polemiche e quanta attesa per il film di Mel Gibson sulle ultime ore di Gesù di Nazareth! Impossibile che tutto quel parlare non influenzi la visione. Chiarisco subito che all'accusa di antisemitismo non c'ho mai creduto neanche prima di vederlo e ho avuto la conferma che si tratta dell'ennesimo episodio di mania di persecuzione degli ebrei (del quale non si puo' dire niente proprio per il significato ambiguo della parola "persecuzione"). Pero' da parlare c'e' e molto (tranquilli non esagerero'...forse). In generale il mio giudizio sul film e' negativo. Ma visto che mi aspettavo molto molto peggio e' gia' un mezzo risultato. Premetto che non ho visto nessuno degli altri film-scandalo sulla vita di Gesu, ma credo che questo sia una bella botta. Fara' discutere la scarnificazione di Cristo. Nessuno dei supplizi che vengono inferti al suo corpo ci viene risparmiato. Zampilla parecchio sangue, ma e' soprattutto la violenza che colpisce. Piu' di una volta ho girato lo sguardo. La pelle del Cristo e' lacerata, un occhio tumefatto, la corna di spine conficata a forza e la scena della crocefissione (bella) con tanto di chiodi conficcantesi e lussazione della spalla. Viene continuamente percosso per scherno o per odio. E quando dico continuamente vuol dire che dovete aspettare gli inutili flashback sulla vita santa del santone per respirare un pò. In arte la Passione di Cristo significo' accentuare il Dio che si fa uomo. La santita' che sgorga via e lascia un corpo umano esangue, troppo umano. I legami che il cinema ha fondato tra il realismo e l'immanenza divina(o ideologica) non li scopro io. Ma neanche Gibson.Il suo sembra un disperato tentativo di ottenere piu' santita' forzando gli aspetti cruenti della realta'. Come da buon (regista)americano la glorificazione dell'eroe avviene anche e soprattutto per contrasto con i cattivi-troppo-cattivi. L'iperrealismo di Gibson finisce invece per avvolgersi su se stesso. E' un film, a mio parere, totalmente privo di trascendenza. E questo non credo fosse l'obiettivo di Gibson. Ora pero' bisogna valutare il film a prescindere dalle intenzioni del regista. Fallisce come film spirituale, e si limita ad essere un film moralista, un monito sul senso di colpa universale. Non mi dispiace infatti immaginare che un cardinale vedendo il film, dovra' pure chiuder gli occhi come ho fatto io, per quello che stanno facendo al suo Cristo. Eppure c'e' qualcosa che si frappone a questa iconoclastia subconscia e impedisce il completo riaffermare valori dimenticati di umilta' e umanita'. E' l'eccesso cinematografico. Ma in una quantita' di forme raramente viste in altri film! Innanzitutto l'abuso di ralenty e primi piani. Qualcuno dovrebbe spiegare a Gibson che eccedendo nell'uso di alcune forme linguistiche ne esaurisce il valore drammatico. Un bravo regista sa creare enfasi anche con altri strumenti e anzi puo' sfruttare di sfumature da dare al senso della scena. Eccesso di violenza. Anche il sangue e le immagini cruente rischiano di saturare la cifra stilistica dell'intero film cosi' disseminate. La Belluci non c'entra un emerito cazzo. Scusa Sardo, sara' bella (si vabbe...), pero' cazzo fa la Via Crucis che sembra una passerella!!! Viso troppo lindo. Eccesso di bellezza, direi (mo perche' la Maddalena e' bella, chi prendi per interpretarla?). La vera trascendenza di The Passion e' la macchina da presa. L'unico Aldila' invadente e perturbante e' quello dell'enfasi macchinica. L'unica luce che illumina i brandelli del volto di Cristo e' quella del proiettore. Gibson ha toppato. La sua e' devozione si, ma alla macchina, non al Cristo. E' la Passione di Cristo lo strumento per esprimere questa devozione, non il contrario. La scena che coglie l'esatto momento della morte di Gesù (oh cazzo vi ho detto il finale!) che prelude la scossa alla terra della rabbia divina e' davvero molto bella (una paronamica dall'alto della scena della crocefissione che si trasforma in goccia che si abbatte sulla terra) ma rivela il trucco. IperCinema. Cristo e' scarnificato. Abbiamo seguito le tracce del suo sangue, ma, al massimo, arriveremo ai titoli di coda. Il fim, oltre, non ci va.
postato da: il_vile | 08/04/2004 00:09
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martedì, aprile 06
Un paio di cosette: Incontro con Marco Bellocchio sul film Hiroshima mon amour e La Grande Seduzione
Non me lo sarei fatto scappare. Oddio, una volta vista la fila fuori dal Politecnico Fandango e considerato che Hiroshima mon amour l'o gia visto, stavo per desistere. Poi, proprio perche' l'ho visto e l'ho amato moltissimo ho insistito. E ho fatto bene. Il vantaggio di andare da soli....con sala piena ho trovato un posto centralissimo e perfetto. E' un film raro, difficile da vedere, del 59 e con pellicola in condizioni pessime. Alain Resnais era uno degli ispiratori della Nauvelle Vague. E difatti si tratta di un film mooolto sperimentale anche per i giorni nostri, figuriamoci allora! E' dotato di una pesantezza enorme, ma non solo come viscosita' narrativa (e' un inseguirsi continuo tra due estranei fino alle profondita' del dimenticare come atto costitutivo dell'identita') ma anche per la corposita' e la quantita' di connessioni tra lingaggi diversi e significati diversi che siamo chiamati a fare. Se si pensa poi che era un 'opera prima si cade nello sconforto per la mancanza di coraggio e di idee(o meglio della capacita' di valorizzarle...) che c'e' adesso. Un film, a mio parere, immenso. Non finisce mai. Un riflessione profondissima con aperture di senso in ogni direzione. L'uomo condannato a dimenticare. La bomba ad Hiroshima come i traumi personali. Scavare dentro di noi come atto di conoscenza. Una visceralita' impressionante, questo film. Immagini di documentari e cinegiornali, voci off recitanti (tratto da un testo di Maguerite Duras) e primissimi piani di corpi che si toccano. Questo film e' miracolosamente incolume dal tempo. Memoria allo stato puro, verrebbe da dire. Ipnotico e seducente e, allo stesso tempo capace di descrivere concetti che non si potrebbero spiegare a parole. Vabbe, insomma e' e rimane uno dei miei film preferiti. Anche per Bellocchio, dice lui nel dibattito dopo, fu un film decisivo per acquisire certi linguaggi completamente nuovi. Eppure lui, oggi, lo trova un po "troppo letterario". Io non sono affatto d'accordo. Se Hiroshima mon amour e' letterario che ne facciamo di Dogville lo mettiamo nelle biblioteche direttamente? Tralatro, durante il dibattito Bellocchio (a scanso di pregiudizi: io ho amato Buongiorno, notte..) si dimostra ampiamente un analfabeta. Ci mancherebbe uno si esprime coi film, sullo schermo. Pero' cristo! Una fatica! Per esprimere un concetto tra "eeeeehhhmmm...." e "forseeeeeee...." senza il minimo sforzo di chiarirsi, quando non sapeva rispondere sosteneva di non aver mai riflettuto ancora su quell'aspetto. Gli si chiedeva una cosa e lui rispondeva un'altra portando il discorso dove voleva lui (su quegli aspetti su cui, evidentemente, aveva riflettutto abbastanza). Quando gli si chiedeva che indendeva per "troppo letterario" lui "eeeeehhhmmmm....troppo....troppo...letterario". Ecchecazzo!Comunque qualche spunto di discussione interessante c'e' stato e soprattutto Bellocchio haportato la sua esperienza di chi era cineasta in quegli anni cosi' stimolanti. Iniziativa consigliata a tutti che proseguira' credo per altri 3-4 lunedi'. (dimenticavo di spiegarla: registi italiani propongono film e dibattto sul loro film preferito).
La Grande Seduzione e' un gran bel film. Soprattutto una sorpresa, visto che non lo conoscevo e mi ci ha portato Laura. E' una commedia dai risvolti molto acuti. Direi che non a caso e' un film canadese, come il mio Le invasioni barbariche. Di tutt'altro tono pero'. E' appunto un commendia. Molto molto gradevole, ma soprattutto con un storia bellissima. Forse un po' rigida proprio la struttura da commedia. Si, insomma, dopo un po' diventa prevedibile, ma l'ambientazione originale (un'isoletta sperduta e il suo villaggio di pescatori) e dei personaggi strepitosi ne fanno davvero un piacere di visione. E poi non so se avete presente quellesituazioni in cui sei li' che pensi ad una mirabile metafora che e' il film e sei tutto soddisfatto che l'hai trovata tu e ci ricami sopra a piu' non posso e invece poi nel film di colpo la esplicitano...la pesca...si la grande seduzione...vabbe' non mi dilungo anche stavolta. Film consigliatissimo, ovvio. Volendo funziona alla perfezione precisamente in mezzo tra Big Fish e Le invasioni barbariche. Ma sui perche' e sui percome soprassiedo attendendo di vedere se sono collegamenti plausibili, magari da voi....BACI
postato da: il_vile | 06/04/2004 15:55
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