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mercoledì, novembre 17

Infinita letizia della mente candida

Quando su un film c'e' poco da dire molte volte si tratta di un prodotto sterile e poco stimolante. Ma altre volte si tratta di un'opera che riesce a dire attraverso le immagini e la loro organizzazione narrativa cio' che e' altrimenti inesprimibile. Quest'ultimo e' il caso di Eternal Sunshine Of A Spotless Mind (me ne fotto dei motori di ricerca anche perche' queste mie impressioni non ne valgono la pena, per cui l'orrido titolo italiano NON LO SCRIVERO' MAI). Non perche' sia un lavoro particolarmente astratto o concettuale. Tuttaltro, e' un film che ha un preciso contatto e rispecchiamento nell'esperienza umana. Chi non ha mai desiderato dimenticare i propri ricordi dolorosi? E' un sentimento universale.O meglio ancora un istinto che nel formularsi, nell'esplicitarsi si razionalizza. E' proprio il contrasto, ma ancor di piu' l'esser due facce della stessa medaglia di istinto e ragione, passione e logica che costituisce il valore simbolico e metalinguistico del film di Michel Gondry. Si tratta di una delle caratteristiche che randono il cinema la macchina dei sogni per eccellenza, un immenso laboratorio per esercitare la nostra immaginazione. Permette che i nostri sogni-incubi, le nostre idiosincrasie prendano consistenza, realta'. "Nei sogni iniziano le responsabilita'" diceva Delmore Schwartz. Il semplice merito di porci di fronte a domande che ci siamo posti tutti forse solo perche' sapevamo che dimenticare o meno non dipendeva da noi, e' un significativo punto di partenza per pensare questo film. La conclusione della riflessione che fa il film puo' apparire, a chi si fosse posto gia' nella propria esperienza personale piu' criticamente il quesito, quasi scontato. Questa conclusione (vivere tutto, fino in fondo, nel bene e nel male), non apparira' mai scontata in virtu' , innanzitutto, di un percorso sofferto e labirintico nell'ingranaggio di un'impianto narrativo piuttosto complesso e poi anche se questa presa di consapevolezza avviene semplicemente attraverso quello che potremmo chiamare il "bello" cinematografico. Il mezzo e' il messaggio, certo. Il modo in cui il mezzo nutre, alimenta, ingloba e protegge il messaggio l'ho trovato incredibile, davvero affine a quello che intendo invece per "specifico cinematografico". Il genio Kaufman, lo sceneggiatore talentuoso di Hollywood, gia' mente di Essere John Malchovich di Spike Jones e Confessioni di Una Mente Pericolosa firmato da George Clooney giusto per citarne alcuni famosi ma anche Human Nature dello stesso Gondry ha questa fissa. La mente umana. Penetrarne i meccanismi, che di per se sarebbe una pretesa risibile, immischiarsi nelle sue costruzioni, vanificare attraverso la presa in carico dell'enunciazione la sua oggettivizzazione attraverso una soggettivizzazione estrema, trova nel cinema lo strumento ideale e in Kaufman il piu' divertente ed esplicito dei suoi profeti. Gia' in Essere John Malkovich Kaufman pretendeva di entrare nella mente dei personaggi. Ma se quel film sembrava reggersi su questa idea come intuizione fondante non sviluppata e forse non sviluppabile, il suo percorso in questo lavoro sembra decisamente piu' maturo. Eternal Sunshine infatti, sopratutto nella prima parte, riprende l'intuizione di Memento di Christopher Nolan in cui e' il montaggio a riprodurre schematicamente una rappresentazione dei processi mentali. Man mano che la storia prende una forma intellegibile prende anche forma propriamente cinematografica. Il questa logica si inserisce anche lo stratagemma(gia' ammirato in Hero di Zang Yhimou) di caratterizzare dei blocchi di storia con dei colori, in questo caso dei capelli di Kate Winslet. L'attivazione cerebrlale per seguire lo sdipanamento della trama, per collegare tra loro gli eventi secondo una logica, fa da contraltare ad una storia di sentimenti, fatta di interpretazioni intense e personaggi ben delineati nelle loro debolezze e fragilita'. Freddo e caldo si contrastano senza mai mescolarsi in qualcosa di mite e leggero, evitando qualsiasi cedimento alla "commedia intelligente". Rimane un persorso sofferto, anche faticoso, per arrivare a conoscere insieme al film, imparare insieme ad esso. Savolta vengono messi in scena diversi aspetti del rapporto tra cuore e ragione. La lotta dell'uomo condannato a dimenticare, se questo dimenticare appartiene al caso o al libero arbitrio, non perde nulla della sua tragicita' epica. E' una lotta impari su cui pero' il cinema puo' dire la sua. La magia del riaffiorare del rimosso rimette in circolo il desiderio. La potenza delle immagini sullo schermo, gioca un suo ruolo dominante nei contrasti, nelle dualita' che caratterizzano il film, come una loro sublimazione estetica. Delle scene meravgliose, di cinema in senso assoluto, di quelle che si ricordano, che rimangono impresse, che ingaggiano una lotta nella memoria dello spettatore, una sfida titanica attraverso il piacere dello sguardo. Un letto d'amore che si materializza in un paesaggio innevato, una casa-ricordo che crolla mentre si fa consapevolezza, dialogo impossibile, perso, obliato e la scena finale con loro che non sanno di essere l'uno per l'altra eppure lo sanno e voglioni dimenticare cose che neanche sanno di aver mai ricordato e la voce di una cassetta che ha registrato, che ha resitito stride con il loro cercare di dimeticare-ricordare....Solo questo mezzo puo' creare tali lucide e insieme intesissime rappresentazioni dell'indicibile. Per me questo sarebbe stato piu' che sufficiente. Pero' poi c'e' il finale, scontato eppure aperto, detto eppure non detto, qualcosa che sapevo gia' prima del film eppure non ho mai saputo cosi' bene come nel momento in cui lui le rispondeva......vabbe', dai cazzo, andatelo a vedere!!!

postato da: il_vile | 17/11/2004 14:39 | commenti (3)

lunedì, novembre 15

Ci sono un bel po' di film dei quali non ho parlato a tempo debito. Non che mi fosse richiesto (sob!...) ma siccome in mezzo c'e' pure qualche mela marcia, vorrei evitare che queste pagine diventino il diario di facili entusiasmi. Per cui giudizi a freddo. Stavolta pero' mi tocca fare una cosa davvero poco elegante per chi, come me, di pretese non ne ha. Riassumere il giudizio, sempre molto personale, privato del flusso dei pensieri post-visione, con un voto. Che lascera' il tempo che trova, lo so, ma che sia una parziale barriera alla mia naturale tendenza a dilungarmi. Prendetela cosi', senza la supponenza o la voglia di imporre la propria opinione che potrebbero sembrare....

Ce' un terzetto di film in particolar modo del quale vorrei godere del parlar male.

Le Chiavi di Casa di Gianni Amelio e' pressoche' una porcata nazional popolare volta apparentemente solo a farvi tirar su col naso e nascondere gli occhi lucidi dal vicino di posto. In realta' qualche dubbio cell'ho. Ho gia' detto da qualche parte che il "tema" (odio ragionare per temi, ma al cinema italiano piace tanto)dell'handicap mi sempra sin troppo affrontato dal cinema. Lo schermo come occhio spalancato su quello che non vogliamo vedere? Non direi. Quello che non vogliamo vedere e' ben altro. Piuttosto e' la distanza dello schermo che e', da sempre, rassicurante. In questo senso l'unico film ancora da fare, l'unico film che a riguardo sarebbe capace di dire qualcosa di nuovo e' un film che si caricasse la responsabilita' del punto di vista. Se Amelio fosse riuscito a mantenere l'obbiettivo sui dilemmi umani del personaggio di Gianni (Kim Rossi Stuart), senza farlo schiacciare da una "presenza ingombrante" che attira su di se il centro traslato del film, rendendo inutile il tentativo di fuggire da pur sobri pietismi. Alcuni dialoghi sopra le righe e un senso di impietosa realta' spesso vanno persino oltre il didascalismo puro e semplice. Mai e poi mai un film da Leone d'Oro. Si vergogni chi ha tirato in ballo il neorealismo, o piuttosto si vada a rivedere quei film. Ad ogni modo c'e' una sottile linea interpretativa che potrebbe farmi risalire il film. Ci sono scene in cui Rossi Stuart si coccola il bambino in maniera piuttosto languida quando non morbosa, come se da un momento all'altro avesse intenzione di baciarlo appassionatamente(!). Ora, se la cosa fosse volutamente una ricerca di Gianni nel figlio della madre di lui, la sua donna, morta nel parto, si tratta davvero di una genialata, ma li per li' senza pensarci mi aveva infastidito non poco. Si, siamo ridotti a fare il processo alle intenzioni....quantomeno, se questa intenzione ci fosse, bisognerebbe riconoscere ad Amelio un coraggio che non gli conoscevamo. 5

Le conseguenze dell'amore. Quanto sono rimasto deluso da questo film! Una ricerca formale secondo me completamente fuori fase, tutto studiato in funzione di un'effetto. Sospeso in un iperralismo volgare, sciatto, didascalico. Primi piani su primi piani scandiscono un'enfasi artificiosa con l'obbiettivo di descrivere puramente ordine e disordine. Una storia balbettante che si dovrebbe reggere solo sul rigore di certe scelte formali.La ricerca spasmodica di scene madri laddove la sceneggiatura non ne prevede. Minimalismo forzatissimo, che sforbicia proprio quello che invece una sua sana applicazione dovrebbe salvaguardare. Le sfumature, i contorni. Incapace di focalizzare l'attenzione su piu' livelli e di trattenersi dall'inquadratura di troppo. Anche alla luce dell'interpretazione risibile di Olivia Magnani (si, parente, ma non osate neanche...) e di una scena di un incidente stradale girata in maniera quantomeno dilettantesca, non capisco come si sia gridato al miracolo del cinema italiano. Secondo me non siamo messi cosi' male.Le scene con in campo i macchinoni sono pari pari degli spot televisivi. Involontariamente, per una convergenza di ritmo, pulizia, lucentezza, chiarezza, pathos, il regista non si accorge neanche che inizia a ragionare in maniera posticcia. Il che per certo cinema e' davvero offensivo. Servillo e' comunque eccelso, in un ruolo non facile e sopratutto in una non facile gestione del ruolo. Le musiche scelte poi, sono belle, e' in parte il mio genere, ed e' quindi un vero peccato che siano state utilizzate cosi' male. 4

A Long Song For Bobby Long. Qui qualcosa da salvare ci sarebbe pure. Tipo Scarlett Johansson per esempio...ma anche Travolta si traveste da birbone letterato e ne fa un personaggio simpatico. Il problema e' che il film si avvale davvero di mezzucci per trasformare una storia che sarebbe stata al massimo un romanzaccio di serie B in un film accattivante. Le sigarette stripitano al contatto con la fiamma in maniera assordante, le citazioni letterarie si infila dappertutto, sempre di piu' con l'incedere del film diventa una cosa asfissiante man mano che la storia banale si emancipa da personaggi simpatici e scanzonati. E poi, ancora, c'e' la questione del punto di vista. Chi racconta? Solo a meta' inoltrata ci viene posta l'attenzione su questo punto. E' l'allievo del Travolta a raccontare. Ovvio. Peccato che di suo nel racconto, anzi, nel raccontare, fino a quel momento non c'era nulla. Il suo punto di vista viene fatto emergere quando piu' fa comodo al puzzle emotivo di cui il film intende convincerci. Ottima musica a mio parere. E Travolta mi commuoveva davvero. Pero' non basta. Emozioni facili, tiepide, impianto narrativo stantìo. Il finale scontatissimo fa il resto. 5

Ecco poi ci sarebbe Eternal Sunshine of a Spotless Mind, film che mi e' paiciuto davvero tanto e che pero' trattare a parte piu' avanti.....perche' lo merita e perche' cosi' magari intanto lo andate a vedere pure voi. Adesso che sapete cosa NON dovete andare a vedere :)

postato da: il_vile | 15/11/2004 16:31 | commenti