[Le Machin-Truc]
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domenica, marzo 20

 Quei bruti che esauriscono il senso della bellezza americana.
L'evoluzione del concetto di famiglia come nucleo di significato per a societa' (e la politica) americana, dal film di Mendes alle divergenti degradazioni di Martin e Clint.

I due recenti film che si sono combattuti gli ultimi Oscar americani, Million Dollar Baby di Clin Eastwood e The Aviator di Martin Scorsese, possono forse dire qualcosa, l'uno in rapporto all'altro, riguardo la mentalita' americana e alla attuale produzione di significati che quella cultura mette in moto. E ancora piu' significativa appare l'analisi in rapporto al film pre-11 settembre American Beauty di Sam Mendes, ultimo film critico dell'american way of life a trionfare all'Academy.
Alla base di entrambi i film di Eastwood e di Scorsese c'e' la ricerca di un senso originario della famiglia, di come i rapporti, ma sopratutto le fratture in essa si propaghino in una quantita' di vuoti e della necessaria e urgente esigenza di riempirli tramite surrogati simulacrali.
Se in Million dollar Baby, assistiamo alla compensazione tramite figure vicarie dei ruoli tradizionalmente familiari, che determinano la riscoperta finale della tragica mancanza di senso, la consapevolezza invisibile, inguardabile (visto che e' li che il film si ferma) di un vuoto ormai atavico che corrisponde alla degradazione, se non morale, almeno civile dell'uomo, nel senso di perdita di significato del proprio ruolo, nel film di Scorsese, all'opposto, e' il trauma iniziale di una presenza morbosa, che marchia l'individuo della propria traccia e lo condanna alla ricerca di un primordiale contatto materno, placentale, capace di ricucire lo strappo con l'estriorita', e ,allo stesso tempo, carica il suo percorso di un eccesso di significato che ha sfogo nell'ossessione, nella follia.
Da una parte, la piega esistenziale nel film di Eastwood diviene un film fatto di ombre, luoghi e persone che sono proiezioni, finzioni nel senso piu' doloroso del termine, che portano con loro, nella loro impossibilita' di essere completamente vere, autentiche l'uno per l'altro, la cieca ebrezza del margine sul baratro. Dall'altra parte, nella prospettiva psicanalitica di Scorsese, le poiezioni sono i filtri, evidenti, metacinematografici, per l'accumulazione di quell'eccesso di senso, della realizzazione del se' come ritorno, ricongiungimento, anche questo impossibile, ma mitico, utopico e in quanto tale produttore di significato e significativita'.
Il vuoto e l'eccesso, dunque, come contraltari di una disgragazione sociale che e' anche parafrasi di quella originaria-uterina.
In American Beauty era invece acclamata la critica profonda della costruzione sociale asettica e sterile del nucleo familiare come centro gravitazionale politco, della non-discussione,  della solidificazione della mancanza di dialogo. Nel film di Mendes era proprio la digregazione dei collanti familiare a liberare le forze espressive e la ricerca di significato individuale dei singoli componenti. Il film stesso procede, da una iniziale descrizione collettiva degli indizi di questo scollamento, ad episodi individuali sempre piu' indipendeti gli uni dagli altri. E non vi era traccia di riconciliazione finale. Se si esclude la coscienza del "troppo tardi" di Kevin Spacy, la fiducia totale e' nei due ragazzi capaci di riconoscersi come estranei alla loro stessa famglia. E' proprio l'estraneita' ad essere motivo di contatto tra umanita'. La famiglia al contrario imbriglia la tensione umana verso una qualsiasi direzione, appunto, un significato.
Se proviamo a far finta che l'Academy premi un sentire americano appare infatti interessante una lettura diaconica tra American Baeuty e i film di Eastwood e Scorsese. Tanto piu' che l'americanita' almeno del film di Mendes, gia' dal titolo, e di quello di Scorsese, suo marchio di fabbrica l'epopea americana, si puo' trarre una esplicita intenzione di raccontare il proprio paese, mentre nel film di Eastwood questa valenza sociologica e' presumibilmente deducibile.
Da cosa e' attaccata la famiglia di American Beaty? Dalla estraneita' liberante si, ma estraneita' nella prossimita'. Vicini di casa, colleghi di lavoro, compagni scuola. Punto. Non si esce neanche dal quartiere. L'estraneita' e l'isolamento tendono ad acquisire un annullamento reciproco nel concetto di minaccia.
Cosa ci sia tra American Beaty (1999) e i film di oggi (2004) e' evidente: l' 11 settembre 2001. L'attacco sul territorio americano.
Mi sembra determinante infatti che entrambi i film, The Aviator e Million Dollar Baby, partono si dall'origine dei rapporti familiari, ma cogliendone la labilita' intrinseca, oltre che storico-sociale, per parlare del rapporto del soggetto, e sua relativa estensione in soggettivita', e l'esterno minaccioso.
"La prima cosa e' proteggersi" dice l'allenatore-padre ad Hilary Swank. E' cosi' che avviene l'osmosi discorsiva tra il ruolo di preparatore al combattimento e la figura paterna che deve salvaguardare la replicazione ereditaria di se. Cosi' anche l'Howard Hughs dicapriano vive compulsivamente il rapporto con un esterno che lo corrompe, si insinua, lo sporca e deturpa. Il monito materno iniziale era di proteggersi, mantenersi puro dalla contaminazione con l'esterno.
Altrettanto sintomatico mi sembra che sia la provenienza di queste due voci. Clint Eastwood e Martin Scorsese sono stati protagonisti diversissimi eppure con qualche punto di contatto (la fede, per esempio) del rilancio del cinema hollywoodiano negli anni '70 e dei nuovi codici espressivi che non lesinavano la violenza fisica, morale e sociale come metafora di un sistema implodente e in cui l'edificazione morale era tenuta in piedi dal coraggio di impugnare un'arma contro un proprio simile. Ora non c'e' piu' violenza esplicita. E quando c'e' ha i contorni di legittimita' del ring. La purificazione col sangue viene fatta altrove. La moralita' della violenza che narravano un tempo, nelle braccia violene della legge o nelle famiglie allargate di italo-americani perde di senso di fronte al potere arcano, non conoscibile, della minaccia che viene da lontano. Da un fuori che si perde oltre la possibilita'/capacita' di vedere.


postato da: il_vile | 20/03/2005 14:32 | commenti (3)

lunedì, marzo 07

Quello che sai dimenticalo ancora: tu vedi i grandi numeri, io vedo la polvere.

Non mi mettero' a sciorninare qui tutta una serie di superlativi e paroloni. Credo di averlo fatto abbastanza su queste pagine. Ne ho anche abusato forse. Il fatto e' che i motivi per cui Millior Dollar Baby mi ha colpito cosi' tanto, per i quali ho avuto attacchi di pianto fino a mezz'ora dopo il film,  sono del tutto personali e quindi soggettivi.  No, niente che si avvicini a nessuna storia che conosco o con cui sono entrato in contatto. Tutto all'opposto.  Un sistema di valori assolutamente lontano da me, mi ha invaso. Con l'unico Cavallo di Troia con cui cio' poteva essere possibile:  un uomo che si mette completamente a nudo. Vedere Eastwood, l'uomo dagli ochhi di ghiaccio, esporre in maniera cosi' lacerante le sue domande, le sue debolezze, mi ha steso. Niente, nessuna bellezza retorica o artificiosa puo' arrivare oltre ad un messaggio, ad un atto del genere. Si puo' essere devastati dal rispetto per una persona? Boh, a me sta succedendo.
Il film si muove magistralmente orchestrato, per gran parte in un gioco di specchi, in cui i tre personaggi principali, si spiegano e si raccontano l'un l'altro, e l'uno attraverso l'altro ne comprendiamo la densita' della vita che c'e' dietro, quella che non vediamo. Le loro storie sono accennate, incrostate su di un episodio, una ferita arrivata fino all'osso. Un qualsiasi regista dei nostri tempi si sarebbe gettato in vorticosi flashback e intrecci mirabolanti. Clint no. Le storie antecedenti rimangono fuori, un riflesso.  Un fuori di cui ci viene detto poco, quasi nulla, ma che leggiamo nei loro occhi, nelle loro parole, nelle loro azioni. Una sottile cornice pulsante di vita, che effonde di se la storia di Maggie. Quello e' il ring. Le vite, dietro, sembreranno scomparire, eppure spiegheranno gli esiti. Esattamente come sul ring. Riflessi. Una storia di riverberi di quello che non vediamo. O meglio quello che vediamo non sono altro che proiezioni. Ombre su un muro. Eastwood sdipana una trama lineare e docile, in cui i sogni divengono gradini per ricongiungersi con qualcosa che a monte si era frantumato. Eastwood, si sa, e' un conservatore. Totalmente a suo modo, ma lo e'. La sua base interpretativa e' la disgragazione della famiglia. I ruoli del nucleo familiare, nel loro deflagrare moderno, diventano vuoti da colmare. E' cosi' che le persone si trovano a svolgere ruoli che non le appartegono, sostituzioni impossibili. Ecco sono queste figure vicarie, investite di un compito che non e' il loro, che diventano figure tragiche, ad essere il centro del film. La ragazza e l'allenatore sentono le complementarieta' delle loro proiezioni, sentono che non possono fare a meno l'una dell'altro. Ed e' proprio questa necessita', derivante da situazioni familiari alla deriva,  che implica il fallimento, il risvolto tragico. E questi fallimenti si accumulano nell'animo. Non conta vincere o perdere, conta quante ferite ti porti dentro.  La societa' vista da Eastwood e' una societa' disgregante che porta a proiettare altrove il fallimento di esperienze familiari. Ma non e' la stessa cosa. "Il mio sangue" dice Clint. Gia'. In un atto immenso, che solo lui, nel portare a termine il suo compito vicario, di chiudere il cerchio che chi ha aperto non potra' piu' chiudere, esaurisce il suo ruolo portandosi ai margini di questa deriva umana. I temi di una identita' etnica qualsiasi che si rivelano trascinare con se tutte le forze della vita funzionano alla perfezione. No global, New Welfare, dialogo interculturale,  sono tutte espressioni che Eastwood non puo' comprendere. Non puo' conoscerle, sono piu' gaeliche del gaelico.  Quello che Eastwood non puo' vedere e che io mi affanno a dominare e' l'idea di Storia. Ma a lui non gliene puo' fregare di meno. Il progresso sociale e' disgregazione nel profondo.  La forza segreta di una parola senza significato, ma significante di per se, portatrice di un passato inconoscibile ancestrale, il cui carattere identitario annulla ogni tentativo di storicizzare. Tutto sembra replicare e rigenerare a sua volta le illusioni a cui le figure vicarie danno vita e corpo.  Il ring e' il luogo ultimo, spazio rettagolare, come lo schermo, per la messa in scena delle proprie illusioni, ennesima proezione del riscatto, del paradiso. A questo si e' ridotta la societa' per Clint. Una famiglia sfilacciata, persa, sconnessa. Fuori dal nucleo originario non c'e' salvezza.  Cosi' anche la religione. Il modo in cui Eastwood, molto cattolico, mette in gioco la propria fede mi ha lasciato di sasso. Irride il prete, come ennesimo tramite, proiezione per riempire un vuoto, una mancanza, di un rapporto, quello con Dio, che e' un rapporto essenzialmente diretto e personale. Le domande, insinuanti, irridenti di un eastwood beffardo, non cercano mai, neanche per un momento, di eludere il voler davvero capire. Il personaggio di Morgan Freeman sussume tutto quanto detto. Ha un occhio di vetro. Perso in uno di quei tempi remoti, andati. Clint, allora, non poteva (figura vicaria) gettare la spugna. Il loro rapporto si regge su questo senso di colpa. Riflessi. Mi ricorda il Gesu', di Toto' che visse due volte, che si toglie un occhio. Le due pulsioni umane, quella di vedere a tutti i costi e quella di non vedere alcune cose. Eastwood, attraverso Freeman, si libera della seconda. Il personaggio di Freeman vede ogni cosa. Sembra, tra di loro, esserci un rapporto speculare. Oppure Freeman e' (ancora una volta) la personificazione di un Dio, umano, troppo umano, coi clazini bucati?
Lontano da me. Da me che, da diligente sinistroide, eredito la visione francofortiana della famiglia come centro di propagazione di rapporti autoritari, o semplicemente di imposizioni di ruoli sociali. Eastwood mi rimescola tutto il mio sistema di valori, mi risciaqua tutto quello che ho dentro, facendomi confrontare con una verita' raggelante.
Eppure.
Eppure alla fine ha una parola buona anche per me.  Verso quel pugile che crede che un giorno combattera' e che sara' campione e che non ha neanche il coraggio di metter su i guantoni, di chi confida che il proprio sogno di realizzara' solo perche' lui lo vuole con tutto il suo cuore e perche' "puo' capitare a chiunque di perdere un incontro". Il personaggio di questo pugile ridicolo che nessuno vuole ma che nessno caccia. Eastwood non puo' andare oltre la tenerezza per me. Per me che non posso salire sul ring. Per me che son pieno di idee e di parole. E basta. Lui deve solo aprire la mano e mostrarmi come vede la verita' della vita. Oppure se ne andra' via, lontano da tutte queste illusioni. Non prima di aver fatto capire che in un mondo folle, l'unico che si salva sono io, il piu' folle di tutti.
Lui, Clint, si impacchettera' le sue verita' atroci e se le portera' via con se, alla ricerca di una nuova autenticita'.
Dove neanche la benefica illusione del cinema puo' arrivare. Ci fermiamo dietro un vetro. Opaco. Impossibilita' di vedere. Niente riflessi stavolta.


Quello che sai, dimetincalo ancora.              (chiunque puo' perdere un incontro)
La strade e' piu' difficle, la notte fa paura
Tu vedi i grandi numeri, ma io vedo la polvere

Sembrano sempre attenti le tigri di cartone  
dietro una faccia e un nome
la liberta' coi denti                                (cerco' di morire dissanguata)

Mettiamoci d'accordo, quanto vorrai costare
Molti costano poco
La liberta' col sale                               (ma certe ferite...certe ferite arrivano troppo vicino all'osso)

Sei solamente giovane, non diventare pazzo
non alzare le mani
la liberta' col cazzo

Non alzare le mani
Non alzare le mani    (pensa solo a proteggerti...solo a proteggerti...)

E ora e' giorno e quando parliamo
e io ti passo il bicchiere...
e' pieno e tu mi guardi             (Mio tesoro, mio sangue)
e' giorno e ora stiamo parlando.

(liberamente tratto da "Requiem per i grandi numeri" di Filippo Gatti)

postato da: il_vile | 07/03/2005 22:27 | commenti (10)