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lunedì, maggio 09
I frutti puri impazziscono.
Prendo a prestito il titolo di un famoso testo di antropologia di Clifford per una doppia recensione di dischi che secondo me sono accomunabili su piu' di un piano. Sto parlando degli ultimi due dischi delle due migliori band del rock italiano degli ultimi anni, Bianco Sporco dei Marlene Kuntz e Ballate per Piccole Iene degli Afterhours. Una prima caratteristica che li tiene insieme e' strettamente legata al loro percorso musicale. Si tratta di lavori molto maturi e che convogliano le varie fasi delle rispettive carriere in chiave decisamente piu' "internazionale". Rob Ellis da una parte e Greg Dulli dall'altra, anche se con grandi differenze di partecipazione (Dulli e' quasi co-autore) danno quest'aura ai due lavori. Ma in piu' mi sembra di notare in entrambi i dischi una piu' o meno marcata influenza in particolare. Ed e' quella -sorpresa!- dei Radiohead. Piu' invece dal punto di vista dei contenuti e dei testi ci avviciniamo al concetto dei frutti puri che marciscono. Bianco Sporco e' un vero e proprio manifesto estetico dei Marlene Kuntz. Di quelli che "cercano la bellezza ovunque". E' proprio un percorso di ricerca, individuabile in piu' di un testo, della purezza, dell'aspetto profondo delle cose, anche le piu' aberranti, inenarrabili. L'esperienza del bello che diviene ricerca. Esteriore come riflesso di quella interiore. IIn questo senso il titolo del disco mi pare ossimorico rispetto a testi come Bellezza o Nel Peggio, che invece sono molto chiari da questo punto di vista. Il bianco ricorre molto piu' invece in Ballate per Piccole Iene. Anche qui volendo si rintraccia l'ossimoro nel titolo. Di "ballate" vere e proprie nel disco non vi e' traccia. Piuttosto l'epicita' e' delegata ad un certo titanismo e immagini cupe che gia' avevano caratterizzato il precedente Quello che non c'e' rispetto all'ironia dei tempi andati. Qui il bianco e' invece qualcosa di malato, un bianchiccio, di virale che avvelena. Eppure questa malattia, questa corruzione del corpo ha un risvolto eroico rispetto all'asetticita' dell'esistenza programmata. Qui non c'e' una vera e propria ricerca. E' un lasciarsi infettare. In entrambi i dischi c'e' questa sensazione dell'ambivalenza della corruzione, dello sporcarsi del candore dell'anima come una dannazione affascinante. Vediamo ora i singoli dischi:
Marlene Kuntz - Bianco Sporco
Alti e bassi. Eppure in generale un episodio direi felicissimo. L'ispirazione e' radicata e insieme rifiorita, i suoni, ma sopratutto la cura dei dettagli e' ottimale. E' un disco che zoppica, caracolla, ma riesce ad isolarsi da se stesso, a dire, a sussurrare senza passare inosservato. Un percorso accidentato su cui si puo' inciampare e non scivolarci sopra. Buono l'uso dell'orchestrazione, degli archi e delle tastiere, sostanzialmente nuovo per i Marlene. Molto molto meno il modo d'impiegare i cori, sempre banali e sciapi, quando non fastidiosi, se si esclude pochi momenti felici. L'ottimismo viene dagli "alti". Perche' sono parecchio alti. Parlo di pezzi che non sigurerebbero su Ho Ucciso Paranoia se non sono addirittura superiori. Su tutti una delizia che e' Il Solitario, un pezzo raffinatissimo e lirico, sciolto e intenso come non capitava da tempo. Un testo in cui personalmente mi ritrovo molto e che mi da proprio un senso di orgoglio per la propria disgrazia. Uno dei pezzi dei Marlene che mi piace di piu' in assoluto. Altre meraviglie che si stagliano con evidenza per bellezza sono sicuramente La Cognizione del Dolore e il pezzo iniziale Mondo Cattivo. Il primo sembra appunto uscito da HUP, molto marleniano, sospeso tra furia e racconto, come trattenuto e strisciante. Mondo Cattivo, dove l'uso dei cori e' invece plaudibile, ha un incedere nuovo, fresco, una linea melodica eccentrica che si sposa in modo altrettanto straniante con l'intreccio strumentale e il finale e' davvero coi fiocchi, chitarre che tessono e strappano, splendido. Il problema e' che i "bassi" sono davvero bassi. Amen e' la cosa piu' noiosa che esiste. Si, proprio "cosa", manco canzone, non ce la faccio. Quasi sette minuti di piattezza. Bah. Disarmante. L'inutilita di un pezzo come Il Sorriso dev'essere chiara a tutti. I Poeti vanta invece un debito che sfiora il plagio con i Radiohead (appunto). Batteria e basso-chitarra sono di chiara derivazione oxfordiana. Davvero troppo. Gia' piu' accettabile l'ispirazione a Cave in La Lira di Narciso che gia' nel titolo spiega la citazione del titolo dell'ultimo disco di Cave. Poi alcuni testi fanno davvero cadere le braccia. Purtroppo proprio quelle canzoni magari piu' curate da un punto di vista melodico, cadono proprio nel didascalico nelle liriche. Come Bellezza e A Chi Succhia, che comunque sono musicalmente buoni pezzi.
Insomma forse se degli ultimi tre dischi i Marlene ne avessero fatto uno con le migliori sarebbe stato un capolavoro. Ma di tempo non ce n'era, l'industria chiama a produrre e produrre ancora. Bisogna deguarsi. Insomma ce le facciamo bastare queste 3-4 grandissime composizioni. L'industria ha previsto tutto. E ha inventato lo skip.
Afterhours - Ballate per Piccole Iene
Questo invece e' un disco coi controcoglioni. La qualita' media delle canzoni e' molto alta. Non ci sono vere e proprie cadute di stile. Il pezzo peggiore e' forse Male in Polvere che e' comunque piu' che ascoltabile e anzi e' la traccia piu' evidente del passato, di dischi come Hai Paura del Buio?. L'unica pecca di Male in Polvere e' di essere circondato da gemme assolute. Ballate Per Piccole Iene, si inserisce nella scia di Quello che Non C'e' di un rock corposo e disperato, urlato, straziante, senza la verve e l'eclettismo dei dischi ancora precedenti, ma con una compattezza e una compiutezza incredibili per una band italiana e che dicono chiaramente di un gruppo estremamente consapevole del proprio percorso e che non si abbandona alle onde del mercato. Determinante a tal fine, anche a dare un respiro internazionale al disco e' l'apporto di Greg Dulli, personaggio su cui e' opportuno aprire una parentesi (genio del rock anni '90, di quel rock che aveva provato una contaminazione con certo blues e soul piu' ruvido, ottenendo rispetto alla musica nera contaminata di grunge un "bianco sporco" intensissimo. Leader degli Afghan Whigs, formazione splendida titolari di un disco enorme come Gentleman e dell' pezzo che a lungo e' stato l'unico a farmi piangere ad ogni ascolto, Be Sweet -prima di ascoltare Fistfull of Love di Anotny, ovviamente-. Ora titolare del progetto Twilight Singers che fonde ancora bene quella ricerca di emotivita' profonda, conturbante e un po' cafona). Ballate per Piccole Iene, dunque sente molto la mano di Dulli, proprio nell'impatto emotivo e nella densita' degli arrangiamenti. I pezzi sono splendidi, decadenti e doloranti. Partiamo da dove si sono sperticate le lodi di tutti: Ci Sono Molti Modi. E' bellissima, c'e' poco da dire. Incedere lento, gocciolante, sapore alla Pyramid song (Radiohead) con inizio con solo piano ed entrata della batteria contrtempo vagamente jazzata. Pero'. Eh si pero' mi suona un po' come tentativo di trovare una nuova Dentro MArylin. Suona un po' vecchia, gia' sentita. Meglio per quanto mi riguarda, molto ma molto meglio i primi due capitoli del disco. La Sottile Linea Bianca si candida come una delle canzoni piu' belle , non solo di tutta la produzione Afterhours, ma di una bella fetta di storia del rock italiano. Devastante. Ballata Per la Mia Piccola Iena ha invece quella ripetitivita' ruvidamente rock 'n roll, dove, cosa che adoro, si avverte appena e cresce la sensazione epidermica del lavorio delle chitarre, dei dettagli, come graffi su di una parete fluorescente di parole modulate e presagi sporgenti. Superba. La Vedova Bianca parte come un esperimento a la Idioteque, con ritmica elettronica pompata, ma poi pullula di chitarre e l'evoluzione del pezzo impedisce una volgarizzazione. Tra le mie preferite anche Carne Fresca, in cui, deformazione professionale, leggo la trasposizione di certe teorie di cinema come organizzazione testuale delle emozioni e della sinestesia.....eh vabbe' e' un'idea mia...un pezzo scarno, nudo, ipnotico. Con Chissa' Com'e' gli After pagano (per loro ammissione...ahi ahi ahi, Manuel) il loro tributo ai T-Rex: la parte di archi e chitarre e' identica a Children of Revolution del gruppo di Marc Bolan. Ma rimane un pezzo solido e convincente. Bellissima, lacerante e' Il Sangue di Giuda, appena appena un po' troppo furbamente splatter, ma ha delle esplosioni davvero buone e una strofa bellissima. Mi piace meno Il Compleanno di Andrea che e' ben arrangiata, ma che ha una melodia un po' flebile, sottile e che dal vivo quegli ululati di chitarre sul piano rischiano troppo l'effetto ballata hard-rock solo con feedback e vibrato al posto degli assoloni. Comunque emozionante. Come tutto il disco. Lo stile e' un calcio sui coglioni.
postato da: il_vile | 09/05/2005 15:57
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giovedì, maggio 05
Perturbazione
Canzoni allo specchio (2005)
Ci sono degli album che ai primi ascolti ti entusiasmano e invece dopo una settimana già non ne senti più il bisogno. Perché parlarne? Infatti. Non ve n’è motivo. Allora oggi vi parlo di Canzoni allo specchio. La prima volta che l’ho messo su ero su una panchina del parchetto di San Lorenzo. Era uscito da qualche giorno, stavolta non volevo far tardi, ero curiosa e piena di aspettative, impaziente.
Lo ascoltai almeno tre o quattro volte da quella panchina fino a casa. E non mi prendeva affatto, non mi entusiasmava neanche un po’. La delusione, dopo aver amato e consumato In circolo (2002): che fine ha fatto tutta l’ironia, la freschezza e la vivacità dei Perturbazione che conoscevo? Ma ched’è ‘sta musciaria?
Vabbè. Poi confrontandomi con amici e conoscenti scopro che i Perturbazione li trovavo divertenti solo io… divertenti e con quel tocco di malinconia che ti segna il cuore. Loro invece li trovavano tristi (“ma come allegri…Agosto è tristissima!”… devo cambiare giro…), ma con qualche sprazzo di colore qua e là, concessione. Vabbè. Questione di punti di vista, mi ripeto continuando a sorridere solleticata dal ricordo delle atmosfere di Agosto.
Fu naturale rarefare gli ascolti per un po’. Poi con tutti quei nuovi album da mettere in fretta sotto i denti coi concerti alle porte…
Ma il tempo è un cerchio su una discesa, e i cerchi si chiudono sempre, così come tutti i nodi vengono al pettine, se ha i denti fini. E il pettine, poi, dove lo posi? Sulla mensolina sotto lo specchio. Begin at the beginning and go on till you come to the end. Then stop. Ecco. Fermi tutti! Restate lì a fissarvi (belli pettinati come siete) per un po’. Concedetevi dieci minuti di perplessità. Quindi dieci di vanità. E poi dieci di attenta osservazione. Ed altri dieci di riflessione. Ve ne restano dieci. Non vi spazientite. Non ora. Tanto ormai siete immersi in quelle quattro gocce di blu. E alla fine… ridete. Esatto. Era il vostro primo ascolto:
01.dieci anni dopo
02.chiedo alla polvere
03.spalle strette
04.animalia (burro in k)
05.se mi scrivi (sms)
06.se fosse adesso
07.canzone allo specchio
08.la fine di qualcosa
09.seconda persona
10.a luce spenta
11.quattro gocce di blu
12.il materiale e l’immaginario
Già al secondo i primi tre pezzi vi perplimeranno meno (la perplessità era data dall’essere “primi del primo”, ma sarà proprio il ricordo del gusto della loro leggerezza malinconica a scatenarvi la voglia di infiniti altri ascolti nell’arco dei prossimi tre mesi, e a farvelo impensabilmente ripescare dalla vostra immensa discoteca personale e riapprezzare nei prossimi tre anni).
E riuscirete ad aprire le porte del vostro immaginario a branchi di cinghiali, braccatori d’improbabili e malcapitati protagonisti di ultimi tanghi a Parigi, a tollerare e financo canticchiare la celebrazione della banalità e dell’idiozia della comunicazione moderna (la vanità tra colpi ad effetto –ma non fermatevi alla prima battuta, badate anche a ciò che non rimane così impresso- e stupidità… ma quanta ironia, tra stringhe di numeri telefonici come astratte coincidenze rivelatrici, segni zodiacali, scollature, sms, gestori di telefonia… porca puttana! …ed è inutile che storciate il naso, tanto poi ve lo vedete tutti The Club su Rete A All Music!).
L’osservazione e la riflessione, più penetranti ad ogni play, le lascio approfondire a voi. Così come il giudizio prettamente musicale: oggigiòrno dalle mie parti è meglio pensarci due volte prima di mettersi in bocca parole come “indie” e… “indie”. (Bè, sì: qui suona un po’ snob, e non è questo il caso, e c’è tanto di più.)
In definitiva lasciate che ve lo dica (con il consenso del_vile): un piccolo giòiello!
Un occhio alle collaborazioni: Paolo Benvegnù, Jukka Riverberi e Luca Di Mira (Giardini Di Mirò), Rachele Rastreghi e Francesco Bianconi (Baustelle), Folco Tredici, Emiliano Tozzi, Leonardo Galignani, The Melody Breakers, Carlo Pinna. Sempre che questi nomi vi dicano qualcosa.
Le orecchie all'insieme come al particolare, alle voci, a Rachele.
E il cuore alla decima traccia. Perché lo stato d’animo condanna al loop. Ed io mi ci cullo ancora.
Segnalazione post-uma: saranno sabato 7 magGiò al Circolo Degli Artisti (Roma). Per le altre date... colonnina di destra!
postato da: giogiogio | 05/05/2005 13:07
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