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giovedì, agosto 25
Storie de Aqva e Storie de Foco: Ardecore de Roma
E' incredibile quante fascinazioni riesce a dare un lavoro musicale così ben fatto, quante suggestioni e agganci con la realtà attuale che si propagano da un disco che invece rilegge la tradizione antica dei più intensi e radicati stornelli romaneschi. Diciamo subito di cosa si tratta: gli Ardecore sono un progetto, direi estemporaneo, che unisce la mente di Giampaolo Felici, cantautore e uomo-Init, con la creatività del gruppo di avanguardia italiano degli Zù e con il contributo di Geoff Farina, uno dei protagonisti dell'ultimo decennio di musica americana con un percorso personalissimo e particolare, evidentemente attento a quanto si muove sotto la superficie avvilente dell'arte di un paese come il nostro che si rivela invece brulicante di vita. Insieme hanno riletto alcuni dei più belli stornelli romani, da un canto del trecento fino ai capolavori della canzone popolare romana di Romolo Balzani e Ettore Petrolini. Se l'attitudine, visti i nomi, può essere rintracciata in un sapore post-rock (spieghiamo: una sottolineatura obbliqua, originale degli elementi più tipicamente rock con aperture strumentali e sfumature jazz-blues, di brani originariamente piuttosto semplici e tipici), sorprende la capacità di mettere insieme e di conciliare il rispetto e la fedeltà che rappresentano il gusto genuino di quei brandelli di vita che sono le canzoni del popolo, mantenendone i suoni e andando nel profondo del significato dei testi, fondendoli con la musica così come sono originariamente nati, per ricavarne tuttavia un prodotto rielaborato, rintracciando quegli spazi limitati su cui imprimere il marchio della propria interpretazione, con inserti e marcature per lo più centrate. Trafiggere il cuore moderno attraverso il veicolo della comprensione profonda tanto da trasmettere, fuori dai canoni folkloristici, la reale, palpabile, ineluttabile intensa profondità di questi brani.
Chi è romano come me non può rimanere insensibile alle storie che vengono raccontate, vestite della coloritura con cui oggi possiamo comprenderle fuori dal tempo, in una dimensione tutta interiore. Quello che hanno fatto gli Ardecore è un'operazione meravigliosa, che ci aiuta a riconciliare con il nostro blues, la nostra anima romana. Guardare all'america è stata in questo senso una grande lezione. Ma forse è ora di recuperare anche le nostre di radici e senza timore reverenziale. Io dico che è da romano che piango a dirotto ogni volta che ascolto La popolana e la sua coda blues, ma sopratutto Lupo de Fiume (la canzone più straziante che abbia mai ascoltato; al verso "come 'na berva Lupo, se butta 'n mezzo all'acqua e cerca er pupo" io esplodo matematicamente in lacrime: boh.), ma poi rido anche, sempre, all'ascolto della tragicommedia di Madonna dell'Urione ("'A scema perchè tremi se arzo un dito, lo vedi passa er Cristo e lo saluto"). Quello che questo cd è in grado miracolosamente di tirare fuori è tutta una serie di tratti viscerali della romanità che non sono sicuro che altrove sarebbero colti con la sufficiente forza. La tristezza abissale, la magagna, il destino che è sempre beffardo e che questa assurdità va vissuta fino in fondo, con la conseguente ironia, guasconeria, dolore ed indifferenza che si sovrappongono e gorgogliano vortici che ingoiano amaro. E' qualcosa che riesce andare, attraverso la rilettura, e come detto, la sottolineatura azzeccata degli elementi lirici, oltre lo stereotipo fino a cogliere aspetti direi quasi antropologici.
Ho letto definizioni tipo "Murder Ballads de noantri", "Calexio trasteverini" o "Tom Waits che incontra Lando Fiorini", ma nessuna di queste definizioni coglie appieno un prodotto, a mio parere, che era di una necessità estrema, una urgenza digestiva, e che mi si pianta nel cuore come non mi accadeva con nessuna forma d'arte da tempo. Va a conficcarsi nelle paure, nelle contraddizioni e nell'orgoglio che raramente mi racconto, nel riscoprirmi romano fino al midollo. Perchè ste canzoni le sento muoversi dentro.
Ora vorrei parlarvi delle mie suggestioni che mescolano la mia esperienza fondamentale con lo spettacolo di Piovani "Semo o nun semo" sulla canzone romanesca, le mie riflessioni sul senso simbolico dell'acqua e del fiume per la mia città e noi romani, il Tevere, marcescente e pulsante, mondano e ricovero di disperati, la falsa notizia circolata dell'avvelanamento terroristico delle acque di Roma e la minaccia che incombe sulla città santa, l'acqua, la vita e la morte, e il corso immutabile, il film "Primavera, Estate, Autunno, Inverno...e ancora Primavera" di Kim Ki-Duk...potrei scriverne....mi piacerebbe si....ma in finale so abbondantemente cazzi mia!....
Voi vedete di comprarvi sto gioiello in musica perchè ha una confezione meravigliosa, in digipack e esce per Il Manifesto e quindi costa appena 8 euro.
E sbrigateve "che poi viè la morte e ce cojona". Tiè.
Ah, nun ve fidate? Qui c'e' qualche pezzo da ascoltare.
e qui altri ancora
postato da: il_vile | 25/08/2005 14:59
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