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martedì, settembre 27
Finalmente: Ordnal dal Vivo: LA TESTIMONIANZA! (Grazie Colonnello Kurtz: ti adoriamo!)
E' malata, stasera (Roma, 29 giugno 2002, Zazerkalje), la mente......
"Perchè tutto sia consumato, perchè io sia meno solo, non mi resta che augurarmi che ci siano molti spettatori il giorno della mia esecuzione e che mi accolgano con grida di odio".
Così chiudeva Albert Camus il suo romanzo Lo Straniero e così invece iniziavano il loro primo e unico concerto una delle fondamentali meteore dell'underground romano tra anni '90 e inizio del nuovo millennio. Nati da una costoletta dello storico complesso post wave dei Bakunin, il chitarrista Enrico Calligari e il bassista Daniele Federico, si aggiungono al cantautore e polistrimentista Pinuccio Landro e all'attore e batterista Francesco Pantaleo per musicare sopratutto testi appartenenti alla produzione poetica dello scrittore americano Raymond Carver, a cui aggiungono l'introduzione camusiana e una pezzo del Landro. Il concerto documenta forse il momento di maggiore incisività e dedizione al progetto dell'intera band. Registrato da menti elette (rigraziamento particolare a Claudia e alla redattrice "che riprese del cazzo" Giò), il live coglie appieno la ricerca e l'approccio che caratterizzano l'esperienza degli Ordnal. Calligari mette subito in chiaro le cose toppando clamorosamente il grazioso arpeggio della strumentale ...Dove mi stai portando? che però, nella nuova veste compatta, (poco più di quattro minuti rispetto ai quasi 9 su disco) rivela una band scintillante, e tesa al punto giusto. Deliziose le trame di Landro, vero mescolatore delle alhimie del pezzo. Insonnia Invernale è il primo, splendido, testo di Carver proposto. L'incedere insistito e stentato allo stesso tempo della chitarra acustica accompagna il testo, e l'amalgama è piuttosto solida. Irresistibile l'attacco di batteria, non al meglio la recitazione. Qui la nota di merito è al basso vigoroso e decisivo di Daniele Federico. Il Landro si scatena mentre "Enrico si vede malissimo, tutto sfuocato". Anche qui il minutaggio contenuto rispetto al disco permette di apprezzare appieno il pezzo nella sua efficacia. Cacciatore vede Calligari alla microfono, alle prese con l'omonima poesia di Carver. Niente basso. Tutto un pò sopra le righe, irrisolto, forse frettoloso. Di sicuro pesa un inconveniente tecnico che impedisce ulteriori inserti di chitarra. Ottimo il drumming di Pantaleo, potente il giusto, preciso e caldo. Quando Pantaleo annuncia un brano intitolato Tortura il pubblico mormorà un pò. In effetti la base musicale è un rigagnolo ripetitivo, un tappeto sonoro e ipnotico, una trama ben studiata per essere quasi d'ispirazione d'amueblement. La recitazione di Pantaleo qui è capace di restituire tensione drammatica alla magica monotonia della composizione. Le invenzioni al basso di Federico risultano ancora interessanti e argute. L'unico pezzo rock in scaletta è Neanche un nome, a firma stavolta di Pinuccio Landro. Pezzo scarno e grezzo, sincero, ma anche malsuonato, proposto senza la necessaria convinzione nel valorizzarne l'impatto, si trascina via. E' forse un momento di stanca del concerto, perchè il punto più basso viene toccato nell'esecuzione di uno dei cavalli di battaglia della band romana, quella Supporta la tua vita attiva che vedrà la sua veste migliore nel maquillage elettronico che ne verrà fatto su disco dal membro aggiunto Paolo Calligari. Qui è solo noia e qualche saltello, stacchi mancati e incedere zoppicante. Peccato. Infine Matrimonio. Si torna a Carver. Qui massima è la valorizzazione musicale del testo. Entrate precise. Momenti di lirismo, melodia suggestiva e recitazione convinta (anche se tempestata da problemi tecnici), ne fanno un bel momento. I quattro sono al loro meglio. Calligari regge i remi, Federico è al timone (il cambio di basso è favoloso) e stavolta a dettare i tempi, dopo aver rumoreggiato un pò con la sua chitarra, c'è, alla batteria, Pinuccio Landro. Presentazione. Ovazione. Tutto molto emozionante. La sensazione che quest'ascolto lascia è che quella sera, i quattro, ne siamo certi, si sono davvero divertiti. E con (di) loro anche il pubblico.
PS: splendido art-work per cui dobbiamo ringraziare il solito Pinuccio Landro, la fotografa Katia e il "cartellone" dei tipi dello Zazerkalje. Ribadisco il grazie ad AleColonnelloKurtz che ha reso possibile tutto ciò. E senza battere ciglio. Un abbriccio da tutti. (mia stima infinita a chi riconosce i due cd - capolavori- che si intravedono sotto)
postato da: il_vile | 27/09/2005 13:03
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domenica, settembre 25
.....e buona fortuna.
Con questa mossa George Clooney fa un passo decisivo verso il rango di autore fondamentale del cinema contemporaneo. Per la maestria indubbia, ma sopratutto per marcare le proprie opere con la propria persona, non solo la sua ottica, il suo punto di vista, ma anche i contorni della propria personalità, mettendosi in gioco senza rinunciare ad una comunicazione efficacie e conturbante, ma anzi legando i due aspetti come facce dell'uomo e della star, che il cinema, quando è fatto con intelligenza, ci ha insegnato a considerare inseparabili. Farsi carico della propria immagine, della falsificazione necessaria, per scoperchiare un lembo di verità. Verità di tempi andati che è verità di oggi. Che é, ancora, l'immagine divina e il corpo segreto della verità dell'uomo, dell'autore.
Visione. Good Night, and Good Luck é sicuramente una ottima seconda prova. Differente e simile al precedente Confessioni di una mente pericolosa che tanto mi aveva entusiasmato. Un Clooney più concreto, diretto, meno dispersivo (Laddove Confessioni era l'arte della dispersione, del depistaggio televisivo messo in pellicola). Eppure mai così brillantemente opaco. Fumoso. E' la storia vera di Ed Murrow, giornalista della CBS che prese di petto i vaneggiamenti del senatore McCarthy e difese quei valori di libertà che resero gli Stati Uniti un grande paese rispetto agli abusi che allora e sempre si tenta di compiere del concetto di libertà.
La scelta di un bianco e nero limpido e calcato, il moltiplicarsi percepibile di sigarette e fumo, l'atmosfera soul-jazzy, con tanto di cantante e splendida voce in campo, ma soprattutto, l'immersione in quell'ambiente "busy", intellettuale e pragmatico di una redazione giornalistica, o meglio, ancora più significativo, di una redazione giornalistica televisiva, riesce appieno a dare il senso di un discorso sofisticato sul messaggio e sui mezzi per trasmetterlo, facendo finta, per una volta, che verità ed intrattenimento, dunque, forse, informazione e spettacolo e pure coscienza e potere, godano di una sacrosanto equilibrio. Non condivido la considerazione, sentita più volte, che il film abbia dei momenti di stanca, che a tratti non coinvolga. Per lo più in questi casi ci si riferisce ai (neanche troppo) lunghi monologhi televisivi di Ed Murrow. Se invece si colgono di quei particolari momenti del film alcune sfumature, si rivelano essere forse gli inserti più emozionanti del lavoro e delle scelte di Clooney. Innanzitutto la straordinaria intensità dell'attore David Strathairn (Coppa Volpi per Miglio Attore a Venezia). La necessità di rispettare quella televisione, i suoi tempi e suoi contenuti, per forza di cose diversi dal nostro modo ipernevrotico di fruire del mezzo oggi. Ma soprattutto, a chi si lasciasse conquistare, affabulare, dai contenuti esposti da Murrow, non si può fare a meno, per chi comprende in senso profondo di certe battaglie, di condividere la commozione profonda che pervade lo studio di ripresa nel film. Di non troppo convincente c'è invece, il carattere solo appena abbozzato di alcuni personaggi che sembrano binari morti (Downey Jr su tutti), sul punto di svilupparsi per poi dissolversi e risultare evanescenti, nonostante lo spazio dedicatogli.
Al cuore del fantoccio. Adoro il modo in cui Clooney ama il cinema. Un modo per esprimersi, ma senza negare di farne parte, di proporre un'ottica tutta interna e insieme interiore, fondendo la propria identità cinematografica con la sua storia, le sue esigenze di denuncia e la sua storia personale, innamorandosi delle sceneggiature fino a sentirle sue e fino a farle proprie. Io credo che uno degli elementi più interessanti di questo modo di proporsi si rintracciarne i alcune coordinate. Ad esempio la cura per i personaggi che riserva per se stesso. Personaggi laterali, che abitano l'ombra, come l'agente CIA di Confessioni e il co-autore Fred Friendly che rimane sotto la scrivania di Murrow a suggerire e fare segnali. La "ritrosia" di questi personaggi, il loro muoversi tra pal co e dietro le quinte è fortemente giocato sulla propria pelle cinematografica, sul valore della maschera di nascondere e rivelare. C'è una caratteristica esteriore del personaggio di Fred Friendly che mi appare lampante in questo senso: la scelta, con la scusa del rispetto degli anni descritti, di adottare per gli occhiali lenti rifrangenti. L'occhio languido del divo e l'occhio video del regista sono occultati in un unico scintillìo. Solitamente, la lente al cinema è antiriflesso, visto che finirebbe per brillare della luce dei riflettori. In questo caso invece è lo sguardo celato, l'identità nascosta a brillare, ad essere messa in scena, cosda che trovo simbolica dell'immersione, di cui il film parla, nell'ambiente dello spettacolo, della televisione, della ribalta, rovesciando il senso della sua immagine di divo in modo molto raffinato e rilanciando invece le facoltà interpretative e le competenze dello spettatore in un universo parallelo che è quello dei media. Altri due aspetti rivelano il modo in cui Clooney replica se stesso, marchia, i propri film non solo della sua immagine "riflessa", ma anche delle sue esperienze e del suo modo d'essere. Del personaggio-Clooney, una delle cose che è sempre spiccata di più tanto da motivare spesso la simpatia o l'antipatia che suscita è il suo essere "piacione", di sguazzare nel proprio fascino senza imbarazzo. Ecco, sia in Confessioni di una mente pericolosa che in questo Good night, and good luck, sono due film "piacioni", furbi, consci di piacere e affascinare, per il modo stesso in cui sono realizzati: vibrante, psichedelico, mirabolante e ibrido il primo, fascinoso, suadente, per certi versi epico e deliberatamente cool nella sua atmosfera il secondo, c'è questo piacersi per piacere, questo premere sui pulsanti giusti, essere volutamente catchy senza però forzare la mano, compiacendosi, ma senza mai sbrodolarsi, un equilibrio difficile ma necessario per trasmettere, invece, contenuti spesso scomodi. Infine: la TV. Il padre di Clooney è stato un anchor man televisivo di fama locale. E non è un caso che in entrambi i film la televisione faccia da ambiente, da contorno e insieme, si sempre presente, accennata o meno, una nostalgia, se non proprio una riflessione, senza falsi moralismi, sulla definizione di qualità e spazzatura televisiva, accettando dunque, quello che è il medium centrale e fagocitante del Novecento e di gran parte del millennio nascente, come non solo tema apertissimo, ma ambito di storie capace di moltiplicare i giochi di luci e ombre, di retroscena e palcoscenico, raccontato da chi, presumibilmente, vi ha proiettato la propria fantasia infantile verso il mondo del padre, o magari di chi è alla ricerca delle proprie radici, partendo dal padre. Partendo dall'ambiente mediale in cui siamo nati e cresciuti. Con l'autorità e il rispetto che la fusione di questi due punti di partenza permettono, senza paura delle conclusioni.
postato da: il_vile | 25/09/2005 14:47
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