![]() This work is licensed under a Creative Commons License.
|
venerdì, ottobre 28
postato da: amstel | 28/10/2005 01:38
| commenti (1) venerdì, ottobre 21 1 -Quel cioccolataio di Burton...(ovvero: per quelli che vogliono solo una recensione)
Partiamo semplicemente dal film. Non poteva che essere Burton a cimentarsi con questa storia. La sua dimensione onirica, visivamente in bilico tra sogno e incubo, il senso del paradosso e un'immaginazione sfrenata, ne fanno l'interprete ideale di questa golosa fantasmagoria che ha risvolti oscuri e indefiniti. Ed è proprio sul piano immaginativo, del lavoro sull'immaginario e della visibilità, che lo sdoppiamento semantico tra gioco e oppressione, semplicità e segreto, espressione e repressione, acquisisce legittimazione in forma di giostra dei sensi. Quando l'interno della fabbrica si spalanca, sul luogo incantato di dolciumi incombe uno sfondo scuro e cupo...le marionette che prendono fuoco... (ma che poi vengono curate...)... gli Oompa Loompa simpatici e dispettosi, allegri e malefici..molteplici e unici, mentre lo stesso personaggio di Willy Wonka così come lo interpreta Johnny Depp, rivela la sua ambiguità più esteticamente (effeminnato e fobico-schizoide, eccentrico e damerino) che nei suoi comportamenti (giustificati invece della sua storia personale). Tim Burton ha fatto sua la storia, dando il proprio marchio di genialità e d'interpretazione, soprattutto immaginifica. Anche il suo maledetto citazionismo è spesso molto funzionale (da Kubrick a Edward mani di Forbice, fino a Ed Wood -le pecore rosa...-), così come i richiami intertestuali (Christopher Lee come padre di Wonka non è stato scelto certo a caso). Inoltre bisogna sottolineare come di recente la ricerca di Burton si orienti spesso sull'indagine dei valori familiari., soprattuto le figure paterne. A livello di sceneggiatura invece il film ha dei buchi notevoli, momenti forzati e poco scorrevoli, a partire dai flashback di Wonka (tanto è vero che Burton, probabilmente accortosi dell'invadenza degli inserti, si salva in angolo facendo dire a Wonka: “scusate stavo avendo un flashback.”..). Depp funziona per le sue caratteristiche androgine, ma abusa di smorfiette jimcarreyiane. Il finale, sinceramente, mi lascia perplesso. L'intero impianto del film vacilla in più punti, ma quello è rimasto a me come spettatore è una splendida esperienza psicofisica, un'immersione nella colorata ambiguità della fabbrica di cioccolato. Tuttavia proprio per la particolare dimensione pluritestuale del film, che deve confrontarsi con un libro e con un celebre film precedente del 1971, accentuata dalla tendenza di un regista che gioca spesso con le cornici e i riferimenti, il discorso può farsi davvero interessante, soprattutto per quanto riguarda una comparazione generazionale con il film con Gene Wilder.
2 - Il confronto.
E' inevitabile per chi come me ha amato il film Willy Wonka e la Fabbrica di Cioccolato mettere i due lavori in relazione. Bisogna considerare anche che Roal Dahl partecipò alla sceneggiatura del film del 1971, quindi, in parte, prendendo parte alla traduzione di senso del suo libro. Difficile fare una comparazione strettamente cinematografica tra il film di Mel Stuart e quello di Tim Burton. I mezzi a disposizione erano sicuramente diversi, come diverse le epoche. Ed è su questo secondo aspetto che forse si può azzardare una lettura culturale di un prodotto che, allora come oggi, riscuote un notevole successo. La rielaborazione di Burton è un'operazione complessa. Si è riferito più al libro che al film di Stuart, ma non può non aver tenuto ben presente il film, ma ha aggiunto anche alcune cose sue. Essendoci 30 anni di differenza tra le due versioni un confronto contestualizzato è legittimo ma rischia anche di essere dispersivo. Uno slittamente di senso decisivo, a mio parere, è già semplicemente nella scelta dell'interprete di Wonka. Gene Wilder e Johnny Depp non potrebbero essere più distanti. Più folle il primo, più fascinoso il secondo. Sono attori già carichi di senso con il quale partecipano alla formazione del personaggio. Personaggio che a sua volta ha una fondamentale rielaborazione. Il Wonka di Wilder non ha una storia dietro. Riemane inspiegato ed inspiegabile, irrisolto e sdoppiato. Burton ritiene necessario fornire al Wonka di Depp un preambolo che giustifichi il suo stato di ambiguità. Il risultato è che la follia del Wonka anni '70 rimane pura follia. Burton fornendo una spiegazione al comportamento di Wonka, lo rende comprensibile e umano, e il suo mondo fantasioso quasi una malattia psichica. In questo modo la vera magia del personaggio, l'ammaliante ambiguità di Gene Wilder svanisce, o si riduce ad una costruzione esteriore (dalla scelta di Depp, riferimenti intertestuali, colori, smorfie) direi sinestetica (basti pensare al suono del lattice dei guanti) piuttosto che drammaturgica. Anche la scelta di Saruman come papà è l'ennesimo trucco di Burton per dare un senso lavorando più sulle competenze di riconoscimento dello spettatore che sulla scrittura, nonostante l'artificio del flashback. Ma non solo. Il Wonka di Wilder E' la sua fabbrica, ne è inscindibile, avviene una identificazione tra luogo e personaggio piuttosto netta. Burton invece fa uscire ben due volte (nella giungla degli Oompa Loompa e nel finale) il suo Wonka, sottolineandone ulteriormente la sua identità che esiste a prescindere dalla fabbrica di cioccolato (anzi della Fabbrica di Cioccolato, ovvero, del film stesso). Anche in questo caso il risultato è un'annacquamento dell'aurea inquietante del personaggio, più uomo e meno “entità” irrisolta e quindi anche meno perturbante e più innocuo. Non è solo nella costruzione del personaggio-Wonka che Burton fa delle scelte decisive, ma nell'intera ri-traduzione del film, tende a privilegiare elementi emozionali, riconfigurazioni dell'immaginario, a scapito della cinica cattiveria intrinseca del progetto orignale. Mentre abbondano gli antefatti, dalla storia di Wonka, come detto, a quella della fabbrica, degli Oompa Loompa, vengono eliminati alcune sequenze o parti intere più disturbanti. Nel film di Stuart ad esempio era molto calcata la parte relativa allo spionaggio industriale che vedeva un sinistro figuro avvicinare i ragazzi per corromperli come spie. Questa parte viene totalmente eclissata (anche se ne sopravvivono alcuni echi). Sul perchè ci si pronuncerà più avanti, ma è sicuro che anche in questo caso il film viene privato di un lato oscuro e minaccioso. Ancora: nel film di Burton vediamo i bambini uscire dalla fabbrica dopo esser stati “eliminati” uno ad uno, cosa che non accadeva nel primo film. Degli altri bambini non se ne sapeva più nulla. Ed ecco che le virgolette ad “eliminati” avrebbero tutt'altro macabro significato. Se ci aggiungiamo che nel film di Stuart anche Charlie e il nonno cadono in tentazione in una stanza della fabbrica ma si salvano ruttando e anche qui si è glissato, sia sul rutto che sulla fallacia di Charlie (che diviene il solito bambino insopportabilmente buono dei filmetti). Probabilmente ce ne sono diversi di esempi (gli Oompa Loompa ad esempio non hanno più i capelli verdi...però magiano vermi...), ma il nocciolo, anzi il cioccolo è che Burton privilegia gli effetti a livello cromatico, scenografico e di cornice, con l'intenzione di sostituire l'emozione alla costruzione di senso. Questo è molto moderno, o post-moderno, certo. Eppure non sempre funziona, a mio parere. C'è però una chiave di lettura interessante ancora da esplorare. Cosa c'è di mezzo tra un film e l'altro?
3 - (Feto docet) Non si esce vivi dagli anni '80
Illuminante è stato il commento del mio compagno di visione a cui rubo la considerazione: “Certo che si vede come di mezzo ci siano stati gli anni '80 ! “. Questo, non solo è vero, ma secondo me è una chiave di lettura decisiva. L'accentuazione del tema dell'ingordigia, del successo personale, la riaffermazione dei valori familiari. Ma soprattutto sfumature a livello formale e contestuale. Innanzitutto assume un senso partiolare l'eliminazione delle scene riguardanti lo spionaggio industriale di cui si parlava poco sopra. Mentre avevano una loro precisa circostanza storica nel clima della guerra fredda nel film del 1971, Burton le elimina come fattori estranei all'attualità del film. Diffidenza, sospetto e minaccia non hanno più una rappresentazione e una stigmatizzazione esterna, ma fanno parte del mondo interiore dei personaggi. Il “Succhia-Succhia che mai si consuma” alla cui ricetta segreta i nemici di allora aspiravano, poteva essere il capitalismo, il denaro, letteralmente, il consumismo che alimenta se stesso e il sistema, ma anche il perfetto contrario: un consumo infinito incapace di reinventarsi, la fine del consumo in senso capitalistico. Si inserisce invece un nuovo elemento, su cui mi permetto di esprimermi con cognizione di causa: la fabbrica. Gli anni '80, la fine del fordismo e l'avvento dell'operaio-massa comportano una nuova consapevolezza. Innanzitutto nella smaliziata rappresentazione visiva della fabbrica, accentuazione del gioco tra piacere e alienazione, luogo di perdita e (ri)produzione di senso. Ma anche il rapporto tra lavoratore e produzione. La disumanizzazione del rapporto di lavoro, dalle persone agli Oompa Loompa, pseudo umani tutti uguali tra loro, sottolineando la loro provenienza extra-comunitaria. Ma non solo: gli Oompa Loompa sono spettacolari. La loro performaività lavorativa e quella spettacolare sono inscindibili.In un certo senso (ma non pretendo che capiate) Lulu Massa era gli Oompa Loompa, la performance attoriale e quella spettacolare sono in un rapporto di contiguità culturale ma esprimono esattamente il rovesciamento di senso della produzione del capitale...La capacità spettacolare degli operai è un riflesso di una nuova consapevolezza, che non è più consapevolezza di classe, ma di consumo, di tempo libero, di massificazione e interiorizzazione delle forme del consumo. Immagino se ne possa trarre una succosa critica marxista, ma non ne sono capace. Ad ogni modo, proprio le competenze spettacolari che il film mette in gioco colgono a piene mani dagli anni '80, ovvero l'evoluzione del Pop, la rielaborazione del suo potenziale artistico in plusvalore di consumo, ovvero l'immagine e l'identità come costruzione di senso, narrazione, tracciano una linea di confine tra i due film e le due epoche. La stessa musica: dal glam al kitsch il passo è breve. La maschera fine a se stessa, come auto-contestazione della rockstar era la maschera degli anni '70, che non ha passato, nata dal nulla (il Wonka di Wilder, o lo Ziggy Stardust di Bowie, che guardacaso nasce dai film di Kubrick...), diviene auto-disvelamento dell'immagine del piacere che si trasforma in prodotto, la proliferazione di storie e narrazioni, reinvenzioni moltiplicate (Madonna, Micheal Jackson...Johnny Depp). Il Pop dagli anni '80. In poi.
4 - Jacko is Wonka !
Il concetto stesso di remake puzza di pop-art. Ripetizione, replica, serialità, riadattamento al consumo.Ora molti di voi, immagino, avranno letto delle ipotesi fatte dalla critica americana, sul fatto che il personaggio così come ricreato da Burton e Depp avesse inquietanti punti in comune con Micheal Jackson: il suo rapporto idiosincratico con i bambini, l'infanzia, il rapporto difficile con il padre, la sua Neverland, il parco giochi dove la star viveva e invitava i regazzini (ma “Neverland” è anche il titolo del film sulla vita del commedigrafo di Peter Pan girato dallo stesso Depp che poi ha consigliato a Burton il ragazzino per Charlie...), persino i guanti in lattice rievocano le sue manie igeniste. Per non parlare della somiglianza fisica: bianco, slavato, malaticcio e femmineo. Ma più tonanti ancora delle ipotesi sono state le smentite sia di Depp che di Burton. Eppure queste smentite non mi convincono. O meglio: non mi servono. Per due ragioni trovo invece plausibile che Micheal Jackson sia stata la geniale ispirazione di Burton e di Depp. Primo. Per come lavora Johnny Depp la cosa è perfettamente possibile, se non probabile. Vorrei ricordare come per una delle sue precedenti interpretazioni, il pirata de “La Maledizione della Prima Luna” Depp dichiarò esplicitamente di essersi ispirato, per movenze e costruzione del personaggio a Keith Richards, drogatissimo e losco chitarrista dei Rolling Stones. Diceva che le rockstar hanno un rapporto privilegiato con l'immaginario e che un attore deve saper cogliere questi aspetti per arrivare allo spettatore. Giusto. Facile allora che, vista la straordinaria attinenza del personaggio Jackson con Wonka, Depp abbia raginato allo stesso modo. D'altronde è anche facile immaginare il perchè si affannino tanto a smentire tale riferimento. Sarebbe diventato invevitabilmente un film su Micheal Jackson, rischiando non solo denuncie e ostracismi inutili, ma il totale fraintendimento del film. Secondo. Anche se volessimo prendere in considerazione l'idea che non ci sia alcuna ispirazione diretta, ritengo perfettamente legittimo che la somiglianza e le attinenze siano spontanee e non consapevoli eppure, inevitabilmente ci siano. Non solo. Ma ritengo che in questo sta, che sia voluto o meno, la grandezza di un regista, che sappia comunicare e fornire allo spettatore strumenti per una comprensione profonda di quanto sta dicendo. La ricerca di Burton e Depp di un personaggio che fosse, eccentrico, tormentato, glamour, psicotico, indecifrabile, con i conti aperti con la propria infanzia, vivente in un mondo fatato e completamente “a parte” ha condotto ad un clone impressionante di Jackson e la cosa va assolutamente interpretata come un successo, indipendentemente dall'intenzione o dal punto di partenza. Significa penetrare completamente lo spirito dei tempi, avere dimestichezza con l'iconologia moderna edelaborarla in funzione dell'immaginario in modo tale da far coincidere con esso la propria arte. Ripeto: indipendentemente dal fatto che il riferimento a Jackson sia cercato o meno, per me, rimane geniale e illuminante. Se, infatti, si riesce a capire come il Pop, il replicarsi infinito della differenza in funzione dell'eterno consumo, sia il centro immaginifico del film, l'utilizzazione del riferimento non diretto ma sibillino ad un'icona del Pop, ma anche, per dire, il travestimento sempre diverso degli Oompa Loompa tutti uguali, sia ha la chiave di lettura ideale per cogliere il grande lavoro di riadattamento all'immaginario moderno che Burton ha fatto.
postato da: il_vile | 21/10/2005 17:36
| commenti martedì, ottobre 18 Franz Ferdinand Credo ormai si possa percorrere la musica dei FF lungo le coordinate che portano da un lato verso i Talking Heads, che ispirano gran parte del primo lavoro, ovvero chitarre secche, spruzzate elettro-dance, funky bianco e dall'altro i Kinks di Ray Davies, la ricerca di un pop sofisticato e grintoso, dolce e piccante. Proprio il gruppo beat londinese sembra essere ben più che un'ispirazione per You Could Have It So Much Better. In questo percorso ha senso partire dai due pezzi che aprono e chiudono l'album. Paradossalmente a ristabilire un ponte di continuità con l'esordio è la traccia che chiude l'album, Outsiders, in cui mai come prima la eco di Byrne e soci risplende di altrettanta genialità: robotismi onirici, un Bowie asciugato e schietto. Forse il mio episodio preferito di un disco che non lesina perle. Ad aprire il disco infatti c'è la clamorosa The Fallen, che sembra quasi citare (copiare?) i Kinks (e derivati, vero Alborn?) con quella chitarrina sul ritornello e una melodia intrisa di sixties. Questa è davvero da slurp. Il resto del disco alterna altri alti momenti daviesiani, molto lucidi e freschi (Eleanor Put Your Boots On, che fin dal titolo sa di Lennon/MacCarthy, Walk Away, What You Mean, e la carinissima Fade Together, piccola parentesi soffusa del party), e cose un pò più coatte (il singolo Do You Want To, Well That Was Easy e la titletrack). Menzione speciale per This Boy, cruda e acida al punto giusto, I'm Your Villain, con un basso e chitarra che si trascinano l'un l'altro in un gioco spassoso e suadente. Nel complesso un disco che mi soddisfa appieno anche se non ha la "perfezione" del primo lavoro che non sbagliava un colpo, questo ha il merito di approfondire il discorso Franz Ferdinad. Voto: 7.7Potrebbe piacere soprattutto a: Danese e Giò. il Sardo ne stia alla larga. Gli altri maneggino con cautela. postato da: il_vile | 18/10/2005 13:11
| commenti (2) mercoledì, ottobre 12
postato da: il_vile | 12/10/2005 20:03
| commenti (4) |