[Le Machin-Truc]
qui ci sono tutte le cose che risultavano troppo lunghe per essere pubblicate su casaruben....una occasione per ...
 





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venerdì, ottobre 28

Quante volte hai canticchiato testi improbabili mentri ascoltavi philophobia...
Arab Strap -- The Last Romance
Tutto è cambiato, testi, vocalismi, ritmi. Prima o poi doveva succedere, è vero. Aidan Moffat ha un'apertura vocale più piccola di quella di bob dylan ma sa farne arte. Per il resto dimenticati i riff riflessivi, le atmosfere sospese, i testi che raccontavano storie (salvo un paio di eccezioni).... Qui ci sono chitarre rock con overdrive rispolverati, ritmi a più di 120bpm ma anche quattroquarti vicini alle ballade e canticchiate alle Baddly Drawn Boy... E' una romanzata. Più attenta all'emozione per ogni singola canzone che all'unione del disco il quale, alla fine, diresti, si tiene a mala pena in piedi, appesantito da una produzione artistica non perfetta... Insomma un feuilleton. Ma in fine dei conti, ti dici, siamo gente semplice, ci piace stare sull'autobus e seguire con distaccato piacere una piccola, parodistica storia d'amore... There's no ending per questo romanzo......

postato da: amstel | 28/10/2005 01:38 | commenti (1)

venerdì, ottobre 21

1 -Quel cioccolataio di Burton...(ovvero: per quelli che vogliono solo una recensione)


Partiamo semplicemente dal film. Non poteva che essere Burton a cimentarsi con questa storia. La sua dimensione onirica, visivamente in bilico tra sogno e incubo, il senso del paradosso e un'immaginazione sfrenata, ne fanno l'interprete ideale di questa golosa fantasmagoria che ha risvolti oscuri e indefiniti. Ed è proprio sul piano immaginativo, del lavoro sull'immaginario e della visibilità, che lo sdoppiamento semantico tra gioco e oppressione, semplicità e segreto, espressione e repressione, acquisisce legittimazione in forma di giostra dei sensi. Quando l'interno della fabbrica si spalanca, sul luogo incantato di dolciumi incombe uno sfondo scuro e cupo...le marionette che prendono fuoco... (ma che poi vengono curate...)... gli Oompa Loompa simpatici e dispettosi, allegri e malefici..molteplici e unici, mentre lo stesso personaggio di Willy Wonka così come lo interpreta Johnny Depp, rivela la sua ambiguità più esteticamente (effeminnato e fobico-schizoide, eccentrico e damerino) che nei suoi comportamenti (giustificati invece della sua storia personale). Tim Burton ha fatto sua la storia, dando il proprio marchio di genialità e d'interpretazione, soprattutto immaginifica. Anche il suo maledetto citazionismo è spesso molto funzionale (da Kubrick a Edward mani di Forbice, fino a Ed Wood -le pecore rosa...-), così come i richiami intertestuali (Christopher Lee come padre di Wonka non è stato scelto certo a caso). Inoltre bisogna sottolineare come di recente la ricerca di Burton si orienti spesso sull'indagine dei valori familiari., soprattuto le figure paterne. A livello di sceneggiatura invece il film ha dei buchi notevoli, momenti forzati e poco scorrevoli, a partire dai flashback di Wonka (tanto è vero che Burton, probabilmente accortosi dell'invadenza degli inserti, si salva in angolo facendo dire a Wonka: “scusate stavo avendo un flashback.”..). Depp funziona per le sue caratteristiche androgine, ma abusa di smorfiette jimcarreyiane. Il finale, sinceramente, mi lascia perplesso. L'intero impianto del film vacilla in più punti, ma quello è rimasto a me come spettatore è una splendida esperienza psicofisica, un'immersione nella colorata ambiguità della fabbrica di cioccolato. Tuttavia proprio per la particolare dimensione pluritestuale del film, che deve confrontarsi con un libro e con un celebre film precedente del 1971, accentuata dalla tendenza di un regista che gioca spesso con le cornici e i riferimenti, il discorso può farsi davvero interessante, soprattutto per quanto riguarda una comparazione generazionale con il film con Gene Wilder.


2 - Il confronto.


E' inevitabile per chi come me ha amato il film Willy Wonka e la Fabbrica di Cioccolato mettere i due lavori in relazione. Bisogna considerare anche che Roal Dahl partecipò alla sceneggiatura del film del 1971, quindi, in parte, prendendo parte alla traduzione di senso del suo libro.

Difficile fare una comparazione strettamente cinematografica tra il film di Mel Stuart e quello di Tim Burton. I mezzi a disposizione erano sicuramente diversi, come diverse le epoche. Ed è su questo secondo aspetto che forse si può azzardare una lettura culturale di un prodotto che, allora come oggi, riscuote un notevole successo. La rielaborazione di Burton è un'operazione complessa. Si è riferito più al libro che al film di Stuart, ma non può non aver tenuto ben presente il film, ma ha aggiunto anche alcune cose sue. Essendoci 30 anni di differenza tra le due versioni un confronto contestualizzato è legittimo ma rischia anche di essere dispersivo.

Uno slittamente di senso decisivo, a mio parere, è già semplicemente nella scelta dell'interprete di Wonka. Gene Wilder e Johnny Depp non potrebbero essere più distanti. Più folle il primo, più fascinoso il secondo. Sono attori già carichi di senso con il quale partecipano alla formazione del personaggio. Personaggio che a sua volta ha una fondamentale rielaborazione. Il Wonka di Wilder non ha una storia dietro. Riemane inspiegato ed inspiegabile, irrisolto e sdoppiato. Burton ritiene necessario fornire al Wonka di Depp un preambolo che giustifichi il suo stato di ambiguità. Il risultato è che la follia del Wonka anni '70 rimane pura follia. Burton fornendo una spiegazione al comportamento di Wonka, lo rende comprensibile e umano, e il suo mondo fantasioso quasi una malattia psichica. In questo modo la vera magia del personaggio, l'ammaliante ambiguità di Gene Wilder svanisce, o si riduce ad una costruzione esteriore (dalla scelta di Depp, riferimenti intertestuali, colori, smorfie) direi sinestetica (basti pensare al suono del lattice dei guanti) piuttosto che drammaturgica. Anche la scelta di Saruman come papà è l'ennesimo trucco di Burton per dare un senso lavorando più sulle competenze di riconoscimento dello spettatore che sulla scrittura, nonostante l'artificio del flashback. Ma non solo. Il Wonka di Wilder E' la sua fabbrica, ne è inscindibile, avviene una identificazione tra luogo e personaggio piuttosto netta. Burton invece fa uscire ben due volte (nella giungla degli Oompa Loompa e nel finale) il suo Wonka, sottolineandone ulteriormente la sua identità che esiste a prescindere dalla fabbrica di cioccolato (anzi della Fabbrica di Cioccolato, ovvero, del film stesso). Anche in questo caso il risultato è un'annacquamento dell'aurea inquietante del personaggio, più uomo e meno “entità” irrisolta e quindi anche meno perturbante e più innocuo.

Non è solo nella costruzione del personaggio-Wonka che Burton fa delle scelte decisive, ma nell'intera ri-traduzione del film, tende a privilegiare elementi emozionali, riconfigurazioni dell'immaginario, a scapito della cinica cattiveria intrinseca del progetto orignale. Mentre abbondano gli antefatti, dalla storia di Wonka, come detto, a quella della fabbrica, degli Oompa Loompa, vengono eliminati alcune sequenze o parti intere più disturbanti. Nel film di Stuart ad esempio era molto calcata la parte relativa allo spionaggio industriale che vedeva un sinistro figuro avvicinare i ragazzi per corromperli come spie. Questa parte viene totalmente eclissata (anche se ne sopravvivono alcuni echi). Sul perchè ci si pronuncerà più avanti, ma è sicuro che anche in questo caso il film viene privato di un lato oscuro e minaccioso. Ancora: nel film di Burton vediamo i bambini uscire dalla fabbrica dopo esser stati “eliminati” uno ad uno, cosa che non accadeva nel primo film. Degli altri bambini non se ne sapeva più nulla. Ed ecco che le virgolette ad “eliminati” avrebbero tutt'altro macabro significato. Se ci aggiungiamo che nel film di Stuart anche Charlie e il nonno cadono in tentazione in una stanza della fabbrica ma si salvano ruttando e anche qui si è glissato, sia sul rutto che sulla fallacia di Charlie (che diviene il solito bambino insopportabilmente buono dei filmetti). Probabilmente ce ne sono diversi di esempi (gli Oompa Loompa ad esempio non hanno più i capelli verdi...però magiano vermi...), ma il nocciolo, anzi il cioccolo è che Burton privilegia gli effetti a livello cromatico, scenografico e di cornice, con l'intenzione di sostituire l'emozione alla costruzione di senso. Questo è molto moderno, o post-moderno, certo. Eppure non sempre funziona, a mio parere. C'è però una chiave di lettura interessante ancora da esplorare. Cosa c'è di mezzo tra un film e l'altro?


3 - (Feto docet) Non si esce vivi dagli anni '80


Illuminante è stato il commento del mio compagno di visione a cui rubo la considerazione: “Certo che si vede come di mezzo ci siano stati gli anni '80 ! “. Questo, non solo è vero, ma secondo me è una chiave di lettura decisiva.

L'accentuazione del tema dell'ingordigia, del successo personale, la riaffermazione dei valori familiari. Ma soprattutto sfumature a livello formale e contestuale. Innanzitutto assume un senso partiolare l'eliminazione delle scene riguardanti lo spionaggio industriale di cui si parlava poco sopra. Mentre avevano una loro precisa circostanza storica nel clima della guerra fredda nel film del 1971, Burton le elimina come fattori estranei all'attualità del film. Diffidenza, sospetto e minaccia non hanno più una rappresentazione e una stigmatizzazione esterna, ma fanno parte del mondo interiore dei personaggi. Il “Succhia-Succhia che mai si consuma” alla cui ricetta segreta i nemici di allora aspiravano, poteva essere il capitalismo, il denaro, letteralmente, il consumismo che alimenta se stesso e il sistema, ma anche il perfetto contrario: un consumo infinito incapace di reinventarsi, la fine del consumo in senso capitalistico. Si inserisce invece un nuovo elemento, su cui mi permetto di esprimermi con cognizione di causa: la fabbrica. Gli anni '80, la fine del fordismo e l'avvento dell'operaio-massa comportano una nuova consapevolezza. Innanzitutto nella smaliziata rappresentazione visiva della fabbrica, accentuazione del gioco tra piacere e alienazione, luogo di perdita e (ri)produzione di senso. Ma anche il rapporto tra lavoratore e produzione. La disumanizzazione del rapporto di lavoro, dalle persone agli Oompa Loompa, pseudo umani tutti uguali tra loro, sottolineando la loro provenienza extra-comunitaria. Ma non solo: gli Oompa Loompa sono spettacolari. La loro performaività lavorativa e quella spettacolare sono inscindibili.In un certo senso (ma non pretendo che capiate) Lulu Massa era gli Oompa Loompa, la performance attoriale e quella spettacolare sono in un rapporto di contiguità culturale ma esprimono esattamente il rovesciamento di senso della produzione del capitale...La capacità spettacolare degli operai è un riflesso di una nuova consapevolezza, che non è più consapevolezza di classe, ma di consumo, di tempo libero, di massificazione e interiorizzazione delle forme del consumo. Immagino se ne possa trarre una succosa critica marxista, ma non ne sono capace. Ad ogni modo, proprio le competenze spettacolari che il film mette in gioco colgono a piene mani dagli anni '80, ovvero l'evoluzione del Pop, la rielaborazione del suo potenziale artistico in plusvalore di consumo, ovvero l'immagine e l'identità come costruzione di senso, narrazione, tracciano una linea di confine tra i due film e le due epoche. La stessa musica: dal glam al kitsch il passo è breve. La maschera fine a se stessa, come auto-contestazione della rockstar era la maschera degli anni '70, che non ha passato, nata dal nulla (il Wonka di Wilder, o lo Ziggy Stardust di Bowie, che guardacaso nasce dai film di Kubrick...), diviene auto-disvelamento dell'immagine del piacere che si trasforma in prodotto, la proliferazione di storie e narrazioni, reinvenzioni moltiplicate (Madonna, Micheal Jackson...Johnny Depp). Il Pop dagli anni '80. In poi.


4 - Jacko is Wonka !


Il concetto stesso di remake puzza di pop-art. Ripetizione, replica, serialità, riadattamento al consumo.Ora molti di voi, immagino, avranno letto delle ipotesi fatte dalla critica americana, sul fatto che il personaggio così come ricreato da Burton e Depp avesse inquietanti punti in comune con Micheal Jackson: il suo rapporto idiosincratico con i bambini, l'infanzia, il rapporto difficile con il padre, la sua Neverland, il parco giochi dove la star viveva e invitava i regazzini (ma “Neverland” è anche il titolo del film sulla vita del commedigrafo di Peter Pan girato dallo stesso Depp che poi ha consigliato a Burton il ragazzino per Charlie...), persino i guanti in lattice rievocano le sue manie igeniste. Per non parlare della somiglianza fisica: bianco, slavato, malaticcio e femmineo. Ma più tonanti ancora delle ipotesi sono state le smentite sia di Depp che di Burton. Eppure queste smentite non mi convincono. O meglio: non mi servono. Per due ragioni trovo invece plausibile che Micheal Jackson sia stata la geniale ispirazione di Burton e di Depp.

Primo. Per come lavora Johnny Depp la cosa è perfettamente possibile, se non probabile. Vorrei ricordare come per una delle sue precedenti interpretazioni, il pirata de “La Maledizione della Prima Luna” Depp dichiarò esplicitamente di essersi ispirato, per movenze e costruzione del personaggio a Keith Richards, drogatissimo e losco chitarrista dei Rolling Stones. Diceva che le rockstar hanno un rapporto privilegiato con l'immaginario e che un attore deve saper cogliere questi aspetti per arrivare allo spettatore. Giusto. Facile allora che, vista la straordinaria attinenza del personaggio Jackson con Wonka, Depp abbia raginato allo stesso modo. D'altronde è anche facile immaginare il perchè si affannino tanto a smentire tale riferimento. Sarebbe diventato invevitabilmente un film su Micheal Jackson, rischiando non solo denuncie e ostracismi inutili, ma il totale fraintendimento del film.

Secondo. Anche se volessimo prendere in considerazione l'idea che non ci sia alcuna ispirazione diretta, ritengo perfettamente legittimo che la somiglianza e le attinenze siano spontanee e non consapevoli eppure, inevitabilmente ci siano. Non solo. Ma ritengo che in questo sta, che sia voluto o meno, la grandezza di un regista, che sappia comunicare e fornire allo spettatore strumenti per una comprensione profonda di quanto sta dicendo. La ricerca di Burton e Depp di un personaggio che fosse, eccentrico, tormentato, glamour, psicotico, indecifrabile, con i conti aperti con la propria infanzia, vivente in un mondo fatato e completamente “a parte” ha condotto ad un clone impressionante di Jackson e la cosa va assolutamente interpretata come un successo, indipendentemente dall'intenzione o dal punto di partenza. Significa penetrare completamente lo spirito dei tempi, avere dimestichezza con l'iconologia moderna edelaborarla in funzione dell'immaginario in modo tale da far coincidere con esso la propria arte. Ripeto: indipendentemente dal fatto che il riferimento a Jackson sia cercato o meno, per me, rimane geniale e illuminante.

Se, infatti, si riesce a capire come il Pop, il replicarsi infinito della differenza in funzione dell'eterno consumo, sia il centro immaginifico del film, l'utilizzazione del riferimento non diretto ma sibillino ad un'icona del Pop, ma anche, per dire, il travestimento sempre diverso degli Oompa Loompa tutti uguali, sia ha la chiave di lettura ideale per cogliere il grande lavoro di riadattamento all'immaginario moderno che Burton ha fatto.


postato da: il_vile | 21/10/2005 17:36 | commenti

martedì, ottobre 18

Franz Ferdinand
You Could Have It So Much Better

Credo ormai si possa percorrere la musica dei FF lungo le coordinate che portano da un lato verso i Talking Heads, che ispirano gran parte del primo lavoro, ovvero chitarre secche, spruzzate elettro-dance, funky bianco e dall'altro i Kinks di Ray Davies, la ricerca di un pop sofisticato e grintoso, dolce e piccante. Proprio il gruppo beat londinese sembra essere ben più che un'ispirazione per You Could Have It So Much Better. In questo percorso ha senso partire dai due pezzi che aprono e chiudono l'album. Paradossalmente a ristabilire un ponte di continuità con l'esordio è la traccia che chiude l'album, Outsiders, in cui mai come prima la eco di Byrne e soci risplende di altrettanta genialità: robotismi onirici, un Bowie asciugato e schietto. Forse il mio episodio preferito di un disco che non lesina perle. Ad aprire il disco infatti c'è la clamorosa The Fallen, che sembra quasi citare (copiare?) i Kinks (e derivati, vero Alborn?) con quella chitarrina sul ritornello e una melodia intrisa di sixties. Questa è davvero da slurp. Il resto del disco alterna altri alti momenti daviesiani, molto lucidi e freschi (Eleanor Put Your Boots On, che fin dal titolo sa di Lennon/MacCarthy, Walk Away, What You Mean, e la carinissima Fade Together, piccola parentesi soffusa del party), e cose un pò più coatte (il singolo Do You Want To, Well That Was Easy e la titletrack). Menzione speciale per This Boy, cruda e acida al punto giusto, I'm Your Villain, con un basso e chitarra che si trascinano l'un l'altro in un gioco spassoso e  suadente. Nel complesso un disco che mi soddisfa appieno anche se non ha la "perfezione" del primo lavoro che non sbagliava un colpo, questo ha il merito di approfondire il discorso Franz Ferdinad. Voto: 7.7
Potrebbe piacere soprattutto a: Danese e Giò. il Sardo ne stia alla larga. Gli altri maneggino con cautela.

postato da: il_vile | 18/10/2005 13:11 | commenti (2)

mercoledì, ottobre 12

Bloc Party
Silent Alarm

Se con i Franz Ferdinad mi piace dire di essere arrivato in anticipo, qui faccio ammenda e ascolto solo ultimamente questo disco d'esordio che ha fatto altrettanto gridare al miracolo l'Inghilterra tutta. Come al solito entusiasmi esagerati, ma devo dire che questo Silent Alarm uscito ad inizio 2005, è davvero un bel dischetto. Rimandi new wave e post-punk in un suono maturo e sospeso tra immediatezza e ricercatezza, non sempre a fuoco, ma decisamente brillante. Una frescura per l'udito di cui gode il corpo tutto. Le prime due cartucce che spara sono da cecchini professionisti. Like Eating Glass mette insieme echi di Radiohead e Franza Ferdinand con certe cose alla Chris Leo (Van Pelt, The Lapse). Strepitosa. Helicopte è una stilettata tiratissima e afilata impossibile da schivare, un punk nero, carico di soul e irruenza. Il resto si mantiene su livelli piuttosto alti, con qualche colpo a vuoto nelle canzoni più compassate, ma anche evoluzioni eccellenti all'interno dei pezzi senza perdere il contatto con l'anima della canzone. Mi chiedo se qualche pubblicitario delle campagne più studiate e sofisticate per i giovani si sia già accaparrato il ritornello di Banquet: riuscirebbe a farmi indossare qualsiasi cosa. Magari un pò troppo "perfettini" per i miei gusti. Manca quella grettezza, spontaneità che renda il tutto meno artificioso. Troppo bello per essere "vero"? Voto: 7.2
Dovrebbe piacere sopratutto a: Laura, Gio, Pinuccio, Guido, Amstel

Black Rebel Motocrcycle Club
Howl

Non conoscevo le precedenti prove dei BRMC. Mi dicono si sfiori il plagio di Jesus and Mary Chain. Ho sentito però Howl avvertito che si si trattava di un cambio di rotta. Diciamo subito che non è un progresso verso la maturità artistica, ma al massimo una virata. Il disco però gira davvero che è un piacere. Shuffle Your Feet parte con voci che scalano alla Beach Boys a rendere intrigate un rock dylaniano con tanto di armonica. Grande equilibrio tra parti e strumenti anche in virtù di una bella compattezza. La seguente Howl è ben più sdolcinata con un basso "alla Feto" che prende molto ma che ne sguarnisce l'impianto di impatto. Non mi piace il blues sempliciotto di Ain't No Easy Way, pretenzioso e scivoloso. Il piano di Perfect Day non avrebbe bisogno della batteria come tentano di fare in Promise. Cadute alla Oasis (Weight of the World) e disomogeneità di fondo. Epperò, come dicevo, s'ascolta bene, scorre e si fa notare per episodi sentiti (Restless Sinner) e ben congeniati (Sympathetic Noose, The Line). Bellino per svariati pomeriggi. Senza lode e con l'infamia della cronica mancanza di personalità. Voto: 6.4
Dovrebbe piacere soprattutto a: Sardo, Amstel e Feto.



Sleater-Kinney
 The Woods

Una fottutissima meraviglia di disco. Perfetto. Rock purissimo ad alta concentrazione. Un'energia pazzesca che va a toccare nervi nascosti, qualcosa di atavico, dimenticato. Proprio quell'essenza del rock, quel cuore selvaggio su cui da anni si intessono gran discorsi ma che è raro ricevere in pieno stomaco come succede qui. Una band da prendere come punto di riferimento critico sono i Led Zeppelin. Ovviamente alla luce di quello che vi pare, di contestualizzazioni su contestualizzazioni. Ecco che quelle che erano le farse liberatorie che negli anni 70 si giucavano sull'ambiguità di una voce virilmente femminea immersa nel blues, qui viene preso in carica da tre ragazze "sfigate" cresciute sotto i ponti dell'Indie Rock. Ma c'è qualcosa nelle voci che stende un filo conduttore irrinunciabile. Nelle voci come nell'enorme performance batteristica. La sublimazione dell'energia distruttiva diviene direttamente consapevolezza creativa. Chitarre: che cazzo di suono della madonna. Secche, seghettate e affilate. Ruolo decisivo indubbiamente del produttore Dave Fridmann che ormai è un Re Mida dopo aver messo mano ad alcuni dei capolavori del decennio scorso (Mercury Rev, Flaming Lips, Sparklehorse, Mogwai). Inutile fare titoli; tutte belle.(le "mie": Wilderness, Modern Girl e Entertain). Menzione speciale forse merita Let's Call It Love che son 10 minuti di furia e amore. Whole Lotta Love? Voto: 8.3
Dovrebbe piacere soprattutto a: TUTTI ma se proprio vogliamo eliminare dubbi: Gio e Pinuccio fatelo vostro!!!



Okkervil River
Black Sheep Boy

L'ho eletto il disco della mia laurea. Ho visto il loro concerto di recente e la folgorazione si è affermata del tutto. Adesso ho tutta la discografia (tre dischi: il migliore è il secondo Down The River Of Golden Dreams, va detto). Questo è il terzo lavoro pensato come storie che hanno come filo condutore ricorrente questo ragazzo-pecora-nera, preso dal titolo di una canzone di Tim Hardin la cui cover omonima è appunto il pezzo d'apertura. Non conosco ancora l'originale, ma questa è un piccolo gioiellino di arrangiamenti pizzicati, raffinata e dolce, sconsolata e devota. Un inizio soffice, un tappeto di velluto che introduce ad un disco che invece risulta meno folk, per quanto sempre "deviato" in passato, e una ricerca più pop, di scura immediatezza. Il secondo pezzo è For Real (la mia ancora di coraggio nell'ultimo anno e fondamentale per sentirmi addosso la soddisfazione) composto di lampi di chitarre e melodie nebulose con squarci laceranti di voce. Se vogliamo a tratti ingenua ma piuttosto intensa. Alcuni episodi stentano un pò a decollare (Get Big e In A Radio Song), ma a suo modo ogni brano riesce a toccare. Dal pop 80ies di Black e The Last Toughts alla novella in musica di A King and A Queen (splendida la tromba), la gemma per me rimane Song Of So-Called Friend, sorellina honkytonk dell'iniziale Black Sheep Boy, deliziosa e sospesa. Una band che ho imparato ad amare. Dalle splendide copertine ad un live di pochi giorni fa che ricorderò parecchio (hanno tirato dolciumi sul pubblico e un "Nocciolino" mi è arrivato dritto in mano).Voto: 7.6
Potrebbe piacere soprattutto a: nesseuno di voi perchè siete delle merde.

postato da: il_vile | 12/10/2005 20:03 | commenti (4)