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sabato, dicembre 31
a History Of Violence.
Il lynchiaggio di Cronenberg.
Ok. Col passare delle ore qualcosa, immagini, umori, schizzi di questo film mi si sono depositati meglio. Eppure non posso tralasciare la sensazione di sciattezza appena uscito dalla sala. La storia è quello che è: una didascalica messa in scena tragica di idee sull'uomo, sulla violenza e la convivenza che erano vecchie un secolo fa. Inoltre il meccanismo narrativo soffre oltremodo di una certa prevedibilità. Ma solitamente è proprio su impianti significanti così astratti e trame labili che Cronenberg costruisce il proprio peculiare percorso e universo di senso. La regia è tutto sommato buona, ma molto asciutta, chirurgica, a tratti cruda, ma priva dell' scabrosità, dell'insistenza dello sguardo distolto. Volendo già in Spider i temi della mutazione biologica, e del corpo come superficie, pellicola, da deformare si erano trasferiti ad un altro livello, diciamo, psichico, spirituale. Trasportare certa inquietudine da un piano viscerale e quello della tragedia greca potrebbe essere un passo avanti se conservasse, come in Spider, certa morbosità e certa viralità visiva. O almeno che non vada a sovrapporsi con modelli non solo già esistenti ma anche pienamente sviluppati con maturità. Mi riferisco alla nuova continguità di Cronenberg con il cinema di David Lynch. La dilatazione, la sospensione come elementi drammatici, il tema della normalità come patina da graffiare o osservare in trasparenza. una semplicità problematizzata, affrontata e scarnificata. La prima sequenza è magistrale in questo senso, con i due killer scazzati e terrificanti affogati in una temporalità infinita e insostenibile. Ma di esempi lynchiani ne troverei altri. Tanto mi sembra il debito che vedo alcuni elementi tipici cronenberghiani venire sviliti. La doppiezza è totalmente interiorizzata. O peggio ancora il fratello crudele non è che una macchietta. E infatti io vedo nelle interpretazioni degli attori un enorme limite. Una figura sfaccettata come quella del personaggio principale si avvale invece della solita maschera dell'inespressione spacciata per l'"inesprimibile". William Hurt è un buffone. Maria Bello è solo una gran scopata. Ed Harris se la cava alla grande invece, da carattere ad un personaggio piuttosto piatto di per sè. In generale odio tutto quel cinema dove tutto è ineluttabilmente teso ad una dimostrazione. Dove ogni cosa è spiegata dal significato o da un eventuale messaggio. Lo trovo molto supponente e provo la sensazione di esser preso, come spettatore, per cerebroleso. E' vero però che rimangono di questo film delle scene memorabili. Ancora una sospensione, quella tra padre e figlio, in cui, nel silenzio e nello sguardo avviene il collasso soffocato tra vita e morte, passato e futuro. Ma soprattutto il violento rapporto sessuale tra Tom e la moglie sulle scale. Una scena meravigliosa, per tensione tra rabbia e passione, uomo e donna, uno scorcio sull'istinto di sopravvivenza tra il salotto e la camera da letto della provincia americana. La dissoluzione dell'istinto distruttivo attraverso la sublimazione sessuale, la trappola della riproduzione in cui la violenza si dissolve ed evapora. Solo il gesto della stessa mano che poco prima prendeva alla gola, acchiappava, impediva la fuga, ora, dopo, nel dopo primordiale, prova ad afferrare la caviglia di lei che se ne va, lasciandola andare, scivolando via impotente....beh solo quel gesto dice più di tutta la narrazione banale e prolissa del film intero.
postato da: il_vile | 31/12/2005 15:07
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giovedì, dicembre 29
Siccome che percepisco la vostra flatulente attesa e il corrosivo fervore per le mie ormai fondamentali classifichine di fine anno (non devo spiegare tutti gli anni dove potete collocarvi i vostri "chi ti s'incula", vero?), eccomi a dare un antipasto di scelte di lavori musicali che per un motivo o per l'altro non erano in linea con la classifichina delle uscite discografiche (che varebbero sbaragliato) ma meritevoli di una...
MINZIONE SPECIALE 2005!
Belle and Sebastian Push Barman To Open Old Wounds
Solita storia: quando una band è immensa te ne accorgi da quanta meraviglia raccoglie il riciclaggio di b-sides e inediti. Due cd per 25 leccornie che colgono appieno il percorso di una band illuminata. Melodie in punta di piedi, senso della pienezza, orchestrale come sonora. Canzoni pulsanti di una narratività interna viva, soffice e sincera, mai ingenua. Vale la pena immergersi in questi territori che oscillano tra i colori pastello e le fotografie in bianco e nero. Alla ricerca della canzone pop perfetta, i Belle and Sebastian sono una tappa decisiva. In quel di Glasgow confluiscono gli echi e i soffi di riverberi lontani. Le cose che amo di più. This Is Just A Modern Rock Song (un vero e proprio miracolo di "velluto metropolitano") e Lazy Line Painter Jane sono composizioni immense. Lo sarebbero state ieri così come lo sono oggi. Ma tutta la confezione (packaging da urlo) è disseminata di perle: da Le Pastie De La Bourgeoise a I'm Waking Up To Us (che sembra uscita dalle outtkes dei Love di Arthur Lee). Insomma: una cosa preziosa.
Ennio Morricone Crime and Dissonance
E' l'unica compilation di Morricone che sicuramente non avete. Ma anche l'unica che dovete (!) avere per forza. Selezionata da Alan Bishop (boss Ipecac) e approvata da Mike Patton raccoglie le cose più sperimentali e folli del genio italiano. Per capire davvero quali dimensioni esplorasse la sua mente, come i film non fossero, da un certo punto di vista, che compendi a musiche di per se immaginifiche e impensabili. Una maestria infinita pari solo alla fantasia e alla ricchezza delle sfumature. Una musica malata, claudicante e viralmente contagiosa. Ci sono echi etnici rielaborati, decostruzioni d'avanguiardia, giochi di specchi tra melodie e calambour. Una via diversa nella direzione presa proprio in quegli anni (primi 70) dal Davis elettrico. Quando i generi si dissolvevano nelle menti più rarefatte e infette.
XTC Apple Box
Finalmente riuniti in un volume unico come erano stati originariamente concepiti, frutto delle stesse session, quelli che ad oggi sono gli ultimi due lavori della mitica band di Swindon, ovvero Apple Venus e Wasp Star usciti distanziati negli anni '90. Allora io li avevo lisciati (ai tempi probabilmente ascoltavo i Roxette...). Ma per fortuna oggi rimedio e mi esalto. Sicuramente la discografia passata degli XTC ci offre anche di meglio (capolavori totali e in quantità) ma la chiave moderna per entrare in contatto con cotanta classe era necessaria. Vale più un rutto di Partridge & co. che qualsiasi minchiata indie di oggi. Prorpio da Partridge prendo questa descrizione della loro musica: "Le nostre canzoni sono un mondo in miniatura racchiuso in una piccola scatola. E mi piace l'idea che aprendo il coperchio la gente vi trovi minimi oggetti insoliti: un pezzo di frutta secca, un cristallo di quarzo, un soldatino giocattolo da riparare, un disegno tracciato su un piego di carta". Ecco da dove nasce la Apple Box. A voi , adesso, sollevare il coperchio.
Wilco Kicking Television (Live In Chicago)
E qui parliamo di una delle mie band preferite degli ultimi anni. Saper convogliare la passione per la tradizione, il folk e l'anima della musica poplare e alcune rotte d'avanguardia, o comunque d'ispirazione sperimentale, è la scommessa che porta i Wilco al centro di una riflessione sulla musica americana, soprattutto dopo aver sfornato (almeno) due dischi incredibili negli ultimi anni. Questo live (doppio) documenta l'impatto devastante che il repertorio recente della combriccola di Jeff Tweedy è in grado di creare sul palco. Di una bellezza sconcertante. Ho detto: documento. Davvero mi sembra appropriato. Di una musica che si sposta continuamente tra estasi e ironia, citazione e creazione, cogliere il momento esatto di queste congiunture risulta davvero inebriante. Il piglio è migliore forse nel secondo cd, ma nel primo c'è una pienezza e una qualità di canzoni e rispettive esecuzioni che è da mettere in bacheca. L'unico inceppo forse rispetto al disco I Am Trying To Break Your Heart perde un pò di quel meccanismo perfetto con cui pungeva. Enormi Misunderstood, The Last Greats e Via Chicago. Il mio plauso personale va al chitarrista Nels Cline che ne combina davvero delle belle, arricchendo di arzigogoli e tessiture puntuali e discrete le dense emozioni delle canzoni. Ad ogni nota, ad ogni accordo, io, desidero esserci.
postato da: il_vile | 29/12/2005 13:36
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venerdì, dicembre 23
King Kong di Peter Jackson
E' CAPOLAVORO !!!!
Che cazzo di meraviglia di film. Le tre ore al cinema più divertenti che abbia mai passato. Fanculo al Signore degli Anelli. Entrando nel merito. Partiamo dai difetti: perchè ce ne sono e pure evidenti. La primissima parte del film, in cui si presentano i personaggi e si stendono i presupposti delle vicende funziona a tratti. Ci sono bruschi strappi a livello di sceneggiatura, scene appiccicate e mancanza di scorrevolezza. Probabilmente a fronte di tre ore di durata complessiva si è cercato di intervenire a sforbiciate soprattutto su questa parte del film. Alcune scene sono proprio orrende e mal girate (tipo tutte quelle nella stiva della nave: boh. completamente fuori fuoco). Ma tuttosommato poteva andare peggio. Infatti i personaggi funzionano, hanno una loro sfera piuttosto ben definita, soprattutto per merito di un casting assolutamente perfetto. Una seconda pecca riguarda lo scimmione: alcune espressioni sono decisamente troppo disneyane. Pecca trascurabile visto che non vi si insiste troppo. L'umanità della bestia ha altre connotazioni e non è mai lasciata a se stessa. Infine, la trappola. La tentazione, dico, di ritenere esagerato l'uso degli effetti speciali in funzione della grandiosità. Ma è proprio da qui che bisognerebbe partire per raccontare dello splendore di questo film. Le scene più strabilianti hanno una fortissima carica grottesca, esasperatamente auto-ironica. Una giostra incontrollabile che gira su se stessa. E la risata è isterica e liberatoria. Puro spasso. Solo i duelli tra Kong e i T-Rex e, soprattutto, la mandria di brontosauri che inciampano e si cappottano sono di una goduria travolgente. Jackson non solo non sacrifica allo spettacolo i molteplici significati del film, ma ad esso li consacro, in quanto è lo spettacolo la forma di riflessione sociale più moderna. I tre protagonisti, il regista (uno "spettacolare" ed invasato visionario Jack Black), lo scrittore (l'eurorpeo esistenzialista Adrien Brody) e la musa ( Naomi Watts che è perfetta, mia nuova femme fatale. un misto di Renee Zellweger, Scarlett Johansson, Nicole Kidman che da una pista a tutte e tre) rappresentano in modo efficacie e senza sacrificare le qualità psicologiche dei personaggi, le epoche della comunicazione, dalla scrittura che distanzia ai linguaggi del corpo e la nuova comprensione, passando per la mediazione visiva del cinema. Ecco magari c'è un pò troppa carne al fuoco tra citazione di Conrad (un pò scontata, ma ci può stare), pulsioni horror (la descrizione visiva e ambientale degli indigeni riesce ad essere inquietante) e svariate location e mostruosa animalia da giungla (ho chiuso gli occhi per tutta la scena degli insettoni: brrrrr). Ma se c'è chi, come Jackson, sa gestire questo materiale enorme c'è solo da togliersi il cappello. Un film ricco e completo anche se imperfetto. Clamoroso e ironico, inquietante e dolcissimo. Luci colorate sul cuore di tenebra.
postato da: il_vile | 23/12/2005 16:13
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sabato, dicembre 10
Un vento qualsiasi e i petali rosa. Broken Flowers: il presente assoluto.
Ancora in viaggio è l'uomo di Jarmush. In cerca senza esserne troppo convinto. Come a cercare di cogliere inesistenti segni di un destino beffardo. Impietosamente lasciato a se stesso, purchè convinto che i grandi cambiamenti partono sempre da un qualche Winston nero che te li mostrerà mentre accadono. Sospeso nel liquido amniotico del cambiamento, e della presa di conscienza. Un mondo femminile da cui schiudersi e una giovinezza da riscattare, per diventare nuovamente adulti, riprendere il passo di se stessi. Bill Murray ha questo di straordinario, come attore, come faccia: la capacità di rimanere giocoso e interiore, buffo e riflessivo al tempo stesso, come impiastro irrisolto di età della vita. Don intraprende un viaggio sulla strada, tra i fantasmi. Quelli del passato, le sue donne, tra le miriadi di vite possibili che avrebbe potuto vivere, le storie passate e lo sbocciare di nuovi universi di seduzione, nuove donne che lo attraggono e respingono, ma anche i fantasmi del futuro, ovvero i ragazzi che incrocia senza poter fare a meno (per sempre, probabilmente) di chiedersi se si tratta di suo figlio, in viaggio, come lui. Non è innocuo scherzo dunque il sapere che l'ultimo ragazzo di cui incrocia lo sguardo Don, in una macchina che passa, è interpretato da Homer Murray (grande Guido che l'ha notato e Alexis che l'ha confermato): vero figlio di Bill Murray. Murray funziona anche se bisognerebbe interrogarsi su quanto stia diventando la citazione di se stesso, tanto da suggerire inquadrature già viste altrove, oltre che personaggi molto simili tra loro (parlo di Lost In Traslation, ovviamente). Molto funzionale invece può essere l'utilizzo interpretativo del suo personaggio come filo conduttore del film, nucleo semovente. Sono infatti i piccoli ritratti, acquarelli familiari delle donne che Don va a trovare la vera forza drammatica del film. Interpretazioni, dialoghi, situazioni molto curate e sottili, ritratti toccanti e ricchi di sfumature. Proprio il lavoro sulle sfumature, i dettagli, le piccole cose, lievi espressioni, gesti minuti (dagli sguardi ambigui dell'immobiliera sull'eventualità di un figlio loro, all'accenno di un rapporto tra la comunicatrice per animali e la sua segretaria) piccole cose lasciate lì, irrisolte, ad integrarsi perfettamente con il tono del film che le dilata fino a farne l'unica chiave di volta possibile. La gestione di queste sottigliezze, rime cromatiche e spaziali, insieme con ritmi diluiti, compassati, insistenti mette in stretta relazione lo stile scelto da Jarmush con quello del regista giapponese Oshima: inquadrature lunghe e fisse, dettagli che invadono lo spazio visivo, stacchi decisi e marcature forti. Una composizione che rimescola stati d'animo e dimensioni temporali, nell'unico significato pratico dell' in fieri: il viaggio e la ricerca. Scena memorabile, per me, il bellissimo dialogo finale di sapore teatrale tra Don e quello che lui crede essere suo figlio. Intensità e messa in gioco delle competenze cognitive gestite con una maestria encomiabile. Poi la sospensione finale. Lui rimane da solo in strada guardando lontano davanti a sè un punto di fuga. Parte intorno a lui come centro il giro di telecamera convenzionale che ti aspetti, ormai abusato per raccontare la sua confusione. Ma poi la camera si ferma su Don in primo piano e quello che lui guardava gli è già dietro le spalle.
postato da: il_vile | 10/12/2005 15:46
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venerdì, dicembre 09
BROKEN FLOWERS









postato da: giogiogio | 09/12/2005 19:54
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